Il Sergente – omaggio di Marco Paolini a Mario Rigoni Stern

Il Sergente: spettacolo teatrale di Marco Paolini ispirato da “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern.

Rigóni Stèrn, Mario (Asiago 1921 – ivi 2008). Il suo nome è legato soprattutto a Il sergente nella neve: ricordi della ritirata di Russia (1953), “piccola Anabasi” di un gruppo di alpini italiani sul fronte del Don, nel secondo conflitto mondiale, narrata con una semplicità tanto più artisticamente valida in quanto espressione di un’esperienza duramente vissuta ma dominata da un senso che oltrepassa la vicenda personale per farsi allusivo del dramma di tutto un popolo trascinato in un’avventura folle. I successivi libri di R. S. (Il bosco degli urogalli, 1962; Quota Albania, 1971; Ritorno sul Don, 1973; Storia di Tönle, 1978; Amore di confine, 1985; Il libro degli animali, 1990; Arboreto salvatico, 1991; Le stagioni di Giacomo, 1995) hanno anch’essi doti di freschezza e d’immediatezza lirica decantata in coscienza morale. Tra le pubblicazioni più recenti si ricordano: Sentieri sotto la neve (1998); Inverni lontani (1999); Tra due guerre e altre storie (2000); L’ultima partita a carte (2002); Stagioni (2006). Nel 2003 ha vinto il premio Chiara alla carriera. da Enciclopedia Treccani

Il sergente nella neve

Il sergente nella neve“Oggi, a quasi cinquant’anni dalla pubblicazione, questo celebre resoconto di un semplice sottoufficiale alpino che si trova a combattere nel settore centrale del fronte russo, proprio quando l’esercito dell’Unione Sovietica sferra il suo potente attacco demolitore, acquista rilievo speciale. Man mano che i fatti narrati si allontanano nel tempo, il diario del sergente diventa più intenso e assume i caratteri dell’esperienza perenne. La testimonianza scritta, rispetto agli eventi storico-geografici da cui è scaturita, intrattiene lo stesso rapporto che potremmo supporre fra la moneta e il suo conio.” (Dalla postfazione di Eraldo Affinati).

Incipit

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde.”

 

 

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