Martha Nussbaum: l’intelligenza delle emozioni e i media

Nussbaum

Martha Nussbaum è nata a New York nel 1947. Dopo essersi laureata all’Università di New York, si è specializzata e ha conseguito il dottorato di ricerca a Harvard sotto la guida di G.E.L. Owen, specializzato nello studio della filosofia antica e in particolare nel pensiero di Aristotele. Ha insegnato a Harvard e in seguito alla Brown, dove ha ottenuto il titolo di professore universitario. Attualmente detiene una cattedra di Diritto ed Etica all’Università di Chicago come Ernst Freund Distinguished Service Professor con impieghi presso il Dipartimento di Filosofia, la Law School e Divinity School. Ha ricevuto lauree honoris causa da numerose università statunitensi, europee e asiatiche, tra cui l’École Normale Supérieure e le Università di Emory e Georgetown. Ha collaborato con l’economista premio Nobel Amartya Sen su questioni di sviluppo ed etica, impegno che ha fruttato la pubblicazione di The Quality of Life (Oxford University Press, 1993) ed è culminato nella fondazione della Human Development and Capability Association nel 2003.

Tra le sue numerose opere, ricordiamo La fragilità del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca (Il Mulino, Bologna 2004), L’intelligenza delle emozioni  (Il Mulino, Bologna 2004), Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge (Carrocci, Roma 2005), Coltivare l’umanità (Carrocci, Roma 2006), L’intelligenza delle emozioni (Il Mulino, Bologna 2009 ), Non per profitto: in difesa dell’umanesimo (Il Mulino, Bologna 2011), La nuova intolleranza. Superare la paura dell’Islam e vivere in una società più libera (Il Saggiatore, Milano 2012).[Recensione]

Da L’intelligenza delle emozioni:

“Come scrive Freud, la storia della nascita dell’uomo è quella del passaggio di un essere senziente dal grembo di un protetto narcisismo alla lacerante consapevolezza di essere alla deriva in un mondo di oggetti, un mondo che non ha creato e che non controlla. In esso il neonato è consapevole di essere particolarmente debole e impotente. Il dolore fisico non può nulla rispetto alla spaventosa consapevolezza dell’essere impotenti, è quasi insopportabile senza il rifugio di un sonno simile al grembo materno. Quando ci svegliamo, dobbiamo escogitare un modo di vivere in questo mondo di oggetti. Senza l’intelligenza delle emozioni, abbiamo poche speranze di affrontare questo problema nel modo giusto”.

Nussbaum difende filosoficamente la sua tesi, definendo le emozioni come giudizi di valori: “giudizi (appraisals) nei quali, nel considerare un oggetto esterno importante per il nostro benessere, riconosciamo il nostro “essere bisognosi” (neediness) e la nostra incompletezza riguardo a cose del mondo che non controlliamo pienamente” (p. 37). Nella spiegazione di questa definizione, segue Aristotele e gli stoici, anche se corregge in parte quest’ultimi. Infatti  “Tuttavia alcune emozioni sono almeno potenziali alleate, se non elementi costitutivi della discussione razionale” (pp. 539-540).

LE EMOZIONI E I MEDIA

La televisione e gli altri mass media sono potenti educatori dei cittadini, e possono alimentare empatia o ottusità, compassione appropriata o inappropriata. In una certa misura, la questione è analoga a quella dei programmi scolastici: vogliamo infatti dei media che non marginalizzino le arti e le scienze umane, che nutrano la capacità di immaginare e di entrare in empatia.
La televisione, inoltre, ha un enorme potere di influenzare l’empatia e il giudizio delle analoghe possibilità riguardo a minoranze e popoli di altri paesi. Le sue scelte di immagini e ruoli, nelle notizie dei giornali, nella pubblicità, nella fiction avranno grandi conseguenze, in senso positivo o negativo, per le capacità morali dei cittadini. È ragionevole chiedere ai media di non coltivare il disgusto o la disumanizzazione di gruppi con i quali i cittadini sono in rapporto, o quella forma di odio misogino per la vulnerabilità, che così spesso accompagnano la disumanizzazione degli altri. Per coloro che concordano su questa posizione di base, restano controverse solo le conseguenze che osservazioni del genere comporterebbero sul piano della regolamentazione giuridica e del controllo della produzione. Ed è ovvio che le esigenze di una vita pubblica sana e onesta influenzano e debbono influenzare in infinite maniere il modo in cui le problematiche razziali, e molte altre, vengono rappresentate.
Se non pensiamo solo all’empatia, ma anche alla formulazione di giudizi corretti, possiamo constatare che i media hanno un considerevole potere anche sotto questo aspetto, rappresentando le disgrazie come più o meno gravi, l’infelicità come qualcosa che colpisce dal di fuori o come prodotto della colpevole mancanza d’impegno, e persone più o meno vicine a noi come meritevoli del nostro interesse. I media, inoltre, sono uno strumento di discussione pubblica: oltre a presentare una varietà di ragionevoli concezioni dei tre giudizi, essi possono e debbono promuovere la valutazione giusta sulla scelta di quella da adottare.
Tutti questi problemi nascono anche nell’aula scolastica, ma vi è un’assimmetria rilevante tra i media e l’aula: la loro diversa vulnerabilità alle pressioni del mercato. Le università e le scuole non sono così indipendenti come dovrebbero essere: le decisioni sul piano finanziario, se non altro, influiscono in molti casi sull’offerta dei corsi e sull’assunzione dei docenti. Ma c’è relativamente più libertà di insegnare quel che si vuole, in una scuola o in un’università. Una volta che il dipartimento e il posto esistono, un docente è di solito alquanto libero di assegnare i lavori che crede opportuni. Così, alla ragionevole richiesta di includere più materiali sulle minoranze, sulle donne e nelle culture non occidentali si può rispondere senza troppa difficoltà, se c’è la volontà di farlo. La televisione e la stampa sono molto meno libere, ben più vincolate a giustificare le proprie scelte in base a criteri di mercato a breve termine. Di rado vi è il tempo di creare un pubblico adeguato a una programmazione potenzialmente innovativa, come sarebbe necessario se volessimo, per esempio, rendere i cittadini consapevoli delle difficoltà che affrontano le donne o i poveri in Asia meridionale o in Africa. Di tali situazioni siamo infatti così a corto di informazioni generali che non possiamo facilmente entrare in empatia, e di conseguenza ci annoiamo.
È difficile per la televisione adempiere ai compiti sociali che ho descritto, tanto importanti per l’educazione dei cittadini, trovandosi costantemente in ostaggio dei criteri di mercato, e se le persone coinvolte non vogliono accettare delle perdite in vista del bene pubblico. Svariate soluzioni sarebbero possibili.
Ci si può aspettare che le pressioni dei cittadini migliorino le cose quando si tratta di minoranze del proprio paese; così è stato, per quel che riguarda la rappresentazione degli afroamericani, delle donne, degli omosessuali e delle lesbiche. Ci si può aspettare che i cittadini aprano una discussione a proposito del ruolo della violenza nei media, e del suo rapporto negativo con la compassione. Ma quando si tratta della nostra deplorevole ignoranza a proposito delle altre nazioni, mi sembra che soltanto dei media pubblici, indipendenti e ben finanziati, possano occuparsi in modo creativo del problema. A ogni modo, la riflessione sull’empatia e sulla compassione ci aiuterà a occuparci ancora di questi difficili problemi”.

Martha Nussbaum

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Intervista a Martha Nussbaum a cura di Olga Rachello apparsa su Philosophical News n.2 (versione pdf, in italiano)

VIDEO: Martha Nussbaum Political Emotion Lecture in Vooruit (in inglese)

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