L’anima delle macchine

Lunedì 15 incontreremo presso la nostra scuola il prof. Paolo Gallina autore del libro “L’anima delle macchine” vincitore della decima edizione del premio Galileo per la divulgazione scientifica

L'anima delle macchine

Questo saggio ruota attorno a un’ipotesi impopolare: abbiamo bisogno di macchine e tecnologia come di amore e ossigeno. L’au­tore dà corpo alla tesi descrivendo sia gli aspetti tecnologici delle macchine, che tendono a diventare sempre più «simili all’uomo», sia il rapporto emotivo dell’uomo con la macchina.
Forte di un’attiva ricerca sul campo, l’autore mescola con irriverenza ed equilibrio casi scientifici a esperienze quotidiane di vita domestica, fornendo un quadro insospettato e convincente della nostra dipendenza tecnologica. Per raggiungere ta­le scopo, adotta uno stile semplice e lineare, a trat­ti divertente, condito di molti esempi, come «la tortura di una for­mi­ca», «i fumetti manga» e la «ricerca della felicità». Alla fine di questo viaggio scientifico, il lettore arriverà a comprendere i meccani­­smi consci e inconsci con cui la mente uma­na si adatta ai robot, ai prodotti digitali e agli innumerevoli sistemi di real­tà virtuale che il genere umano ha costruito attorno a sé.

 

Paro: il piccolo di foca

Mario sedeva sopra il letto, le gambe piegate. Si reggeva sugli stinchi nudi. Muoveva le dita dei piedi come se non avesse potuto muovere altro. Ma non era paralizzato. Era solo rassegnato.
Le labbra si aprirono, le tempie scavate si tesero e gli occhi fissarono il muro di intonaco. Un lamento continuo iniziò a uscirgli di bocca. Dava l’idea di poter durare in eterno.
Gli infermieri sapevano per esperienza che sarebbe potuto durare anche un’ora. Un’ora eterna.
Nessuno sapeva cosa avveniva dentro la mente di Mario. Da anni la linfa vitale che permette a tutti noi di dare un senso alla vita aveva iniziato ad andarsene dal suo corpo. Una demenza galoppante l’aveva svuotato di obiettivi, orgoglio e serenità.
E li aveva sostituiti con ansie, dolori e confusione. Mario detestava essere toccato. Non amava parlare. Affidava tutta la sua voglia di comunicare a quel lamento straziante. Forse quel lamento era solo un’abitudine, una nenia con cui si teneva compagnia.
Oppure era genuino, l’espressione di un dolore interiore che continuava a invadergli la mente.
Mario si portò le mani alle ginocchia, secche e grinzose. Il lamento cambiò tono, divenne più strascicato, ma non per questo meno angoscioso. Un terapista entrò nella stanza con calma.
Mario lo ignorò, come ignorava qualsiasi altro essere vivente.
Il terapista si avvicinò. Sapeva che non era il caso di toccarlo, si sarebbe agitato, diventando violento. Le uniche occasioni in cui mani delicate gli sfioravano la pelle era quando doveva essere lavato. Il terapista eseguì un altro passo in avanti. Aveva in mano un oggetto che assomigliava a un peluche. Era bianco come la neve. Mario osservò la presenza estranea. Poco alla volta, l’ansia e la rabbia che gli sconvolgevano l’animo si placarono.
Il terapista gli allungò quello strano oggetto e Mario, spontaneamente, lo prese tra le braccia.
«Ti stava aspettando» disse il terapista.
«Mi stava aspettando? Anche mio figlio mi stava aspettando. Ho molte cose da fare».
«Sii paziente. Le cose che hai da fare possono aspettare».
«Ma io non ho pazienza».
«Non ti preoccupare, guarda Paro».
Mario, rivolgendosi a Paro, disse: «Mi dispiace, ma devo lasciarti, devo lasciarti. Sei così carino».
«Puoi tenerlo altri cinque minuti».
«Perché?».
«Perché se tu stai qui, lui è calmo».
«Sta veramente calmo?».
«Sì».
«Ma io non voglio stare calmo».
«Guardalo, lui è calmo».
Mario tornò a guardare Paro negli occhi. «Ciao piccolino… sei così dolce, sei così carino, carino, carino» e non smetteva di accarezzarlo.
Quanto riportato è la trascrizione di un dialogo tra un paziente affetto da demenza e un terapista (Marti et al., 2006).
Paro, lo strano peluche che ha calmato Mario, è un sofisticato robot dalla pelliccia morbidissima. Assomiglia a un piccolo di foca. Il suo ideatore, il professor Takanori Shibata, voleva realizzare un robot che potesse risvegliare sentimenti di dolcezza.
Ben sapendo che un robot-neonato, a causa dell’effetto uncanny valley, avrebbe indotto un senso di repellenza, ha optato per un piccolo di foca. Paro percepisce gli stimoli esterni, si muove, si fa accarezzare ed emette un suono che ricorda un vagito. Si comporta in maniera imprevedibile, così da non permettere alla persona con cui interagisce di individuare uno schema ripetitivo.
Reagisce alla luce, ma soprattutto, e questa è la sua qualità principale, è di una tenerezza straordinaria. È stato ideato come strumento terapeutico. L’esempio di Mario è un caso emblematico.
A contatto con Paro, Mario ha scovato nella propria mente un istinto perduto. Parte della sua ansia l’ha abbandonato e sono comparsi sentimenti positivi. Il robot ha permesso al terapista di interagire. Da un punto di vista etico, questa pratica terapeutica è spesso criticata, soprattutto da coloro che pongono la verità al primo posto nella scala dei valori. Ogni volta che Mario si immergeva nella tranquillità del cucciolo robotico era come se venisse ingannato. Eppure, se da una parte questo filone della robotica si basa sull’inganno, dall’altra il dolore che attenua è concreto. Ed è per questo che simili ricerche, lungi dall’essere unilateralmente accettate, vengono per lo meno tollerate.
La disciplina che ha per oggetto lo studio e la realizzazione dei cosiddetti robot sociali si sta sviluppando a ritmi vertiginosi(Leite et al., 2013). I ricercatori confidano nella capacità di interazione sociale dei robot. E anche il mercato ci crede. È perfino nata una rivista specializzata: l’«International Journal of Social Robotics». Raggruppa gli studi scientifici che analizzano gli effetti psicologici dei robot sull’uomo.
L’esempio di Paro non sembra essere rappresentativo di quello che potrebbe avvenire nella nostra società in futuro. Non è credibile che il processo di «umanizzazione delle macchine» all’interno delle case di riposo e delle cliniche possa essere esportato all’esterno. In realtà, gli sviluppi del progetto Paro stanno mostrando interessanti ricadute impreviste. Il professor Shibata ama mostrare alle conferenze alle quali partecipa un video che, per noi occidentali, ha dell’incredibile. Nel video viene intervistata una coppia di anziani: i coniugi Shimura. Si tratta di simpatici e distinti vecchietti. Lui assomiglia vagamente al maestro di Karate Kid; lei possiede tratti delicati e aristocratici allo stesso tempo. Non sono degli sprovveduti, né dei disadattati sociali.
Si tratta di persone equilibrate. Possiedono una bella casa, vestono con cura e hanno dignità da vendere. Insomma, chi guarda il video ha l’impressione di trovarsi di fronte a una coppia che ha percorso gli anni più attivi della sua vita e ora si prepara ad affrontare con spirito pragmatico e nel migliore dei modi anche la parabola discendente. Sembrerebbe tutto normale se gli Shimura non avessero adottato Paro. Uso il termine «adottato» non in senso figurato, intendo proprio «adottare». Alcune coppie accolgono un bambino sconosciuto in maniera tale da dare così un senso alla loro vita. Gli Shimura hanno fatto lostesso. Paro è diventato un membro della famiglia. Lo coccolano, lo prendono in braccio e lo guardano con tenerezza. Lo portano addirittura fuori a mangiare il sushi. Paro si alimenta solo di elettricità ma è a suo agio tra i tavoli dei locali.
Mentre viene intervistata, la signora Shimura infila un ciuccio nella bocca di Paro. Si tratta del carica batterie, ma il gesto ricorda l’azione amorevole di una madre che sfama il proprio piccolo.
Il suo ragionamento non lascia molti margini di discussio-ne ai detrattori dei robot come possibili «compagni». Con molta onestà afferma che il cane che possiedono, di nome Taro, è molto vecchio. Soffre ed è tenuto in vita grazie a cure quotidiane molto costose. Ormai la signora Shimura non può più prendersi cura di lui. Il cane è costretto a rimanere in clinica. Per questo, lei e suo marito non possono permettersi lunghi viaggi. Di Paro invece, mentre lo accarezza, dice che non sporca, viene accettato in ogni sushi bar e non è un cucciolo problematico.
«Siamo felici» conclude. «Siamo tre PERSONE felici: Io, mio marito e Paro».
Quando ho ascoltato per la prima volta queste dichiarazioni sono rimasto piuttosto colpito. Un conto è ingannare un paziente affetto da demenza senile, un altro è indurre sentimentid’amore e d’affetto in coloro che riconoscono l’inganno; i quali,pur avendolo riconosciuto, sono disposti a farsi catturare dall’immaginazione.
Ma c’è un altro aspetto di questa intervista che ha fatto nascere dentro di me nuove domande. Quando il professor Shibata mostra il video, manifesta un orgoglio genuino.
È perfettamente a suo agio nel ruolo di «creatore della vita».
Sa di aver consacrato la carriera alla creazione di robot che mimano la realtà per ingannare le persone. Ma questa consapevolezza non lo preoccupa. Non prende minimamente in considerazione le eventuali ripercussioni etiche. Se fossi stato al posto, e avessi dovuto presentare alla comunità internazionale una coppia che crede di tenere tra le braccia un bambino, che in realtà è un insieme di ingranaggi ricoperti da un tappeto sintetico, mi sarei sentito immediatamente giudicato. Il motivo di questa distanza di sensazioni (tra me e lui) è chiaro: il professor Shibata e io abbiamo zattere molto diverse. Non è detto che la sua sia più grande della mia. Però Shibata riesce tranquillamente a farci stare sopra un peluche robotizzato. Io no, non adesso per lo meno. Riconosco che forse sono condizionato da preconcetti. In ogni caso, le sensazioni che guidano i miei pensieri adesso non saranno quelle che ritroverò all’interno della mia mente tra una ventina d’anni. Chi lo sa? Magari anch’io, un giorno, mi addormenterò abbracciato a un robottino che fa le fusa.
L’esempio del professor Shibata offre spunti interessanti per un’analisi sociale e più ampia del fenomeno. Shibata non èinfatti un caso isolato. Quando mostra gli effetti delle sue creature sulle persone può permettersi di sprizzare orgoglio da ogni poro perché percepisce l’approvazione dell’opinione pubblica, della sua opinione pubblica: del collega, dei suoi figli, degli artisti, del suo vicino di casa, dei mezzi di comunicazione… in poche parole, di un intero popolo. E questa constatazione ci aiuta a introdurre l’argomento del prossimo paragrafo: per quanto possiamo essere convinti del contrario, l’attività dei ricercatori e degli scienziati che hanno a che fare con le macchine non è mossa da pura razionalità. È condizionata dalla cultura popolare e dall’opinione pubblica più di quanto si possa immaginare

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