Il dolore

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Il dolore ci può insegnare qualcosa? Questa la domanda da cui parte la puntata di “Zettel. Filosofia in movimento” dedicata al dolore. Il dolore, la sofferenza, possono avere una valenza cognitiva, tanto in ambito religioso, quanto epico, quanto prettamente filosofico. Nella tradizione occidentale è presente un legame molto antico tra conoscenza e dolore, perché il pensiero, attraverso la sofferenza, compie un percorso di chiarimento, un percorso conflittuale tramite cui la coscienza raggiunge se stessa. Il dolore, quindi, non è un qualcosa di esclusivamente privato, ma si muove anche nell’ambito del pubblico, del condiviso e condivisibile.

Partiamo quindi dalla parola: DOLORE . Il termine deriva dal latino “dolor”, che indica l`effetto del dolere, del sentir male, sia a livello fisico che mentale. L`idea del dolore si accompagna in genere a quello della malattia. Secondo numerose teorie filosofiche il dolore ed il piacere sono le sensazioni fondamentali dell`essere umano, dal cui contrasto e rapporto vengono generate tutte le altre. In molte religioni il dolore è considerato uno strumento per la purificazione spirituale. La seguente video, realizzato all’interno del progetto Lemma – navigare nelle parole (comitato scientifico: Ignazio Baldelli, Maurizio Dardano, DanieleGambarara, Stefano Gensini e Ugo Vignuzzi coordinato da Tullio De Mauro), si chiude con alcune sequenze tratte dal film Rocco e i suoi fratelli (1960), di L. Visconti.
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Il terzo video è tratto dalla trasmissione Il grillo, in cui Salvatore Natoli, docente di filosofia all’Università di Bari, parla dell’esperienza del dolore con gli studenti del liceo Newton di Roma.
L’intera discussione poggia su un’analisi preliminare delle due parti costitutive del dolore: il danno e il senso. La circolarità tra queste due componenti definisce e determina l’intera fenomenologia della sofferenza. Secondo questo paradigma interpretativo, l’universalità del dolore si può dire che sia inerente al “danno”, ma non al modo in cui questo è vissuto, ossia al senso che gli si attribuisce, il quale varia a seconda della cultura, del contesto storico, del genere, e naturalmente del singolo individuo. Il dolore è comunque sempre un enigma, una irruzione del non-senso che lacera la ragione e che, se non annienta, spinge l’uomo a interrogarsi su di sé e sul mondo.
Il rapporto tra dolore e tecnica, tra dolore fisico e mentale, tra dolore e linguaggio, la possibilità di stabilire una gradualità e quindi una misurabilità del dolore, il diverso modo che gli uomini e le donne hanno di viverlo, il ruolo della religione e il desiderio di immortalità dell’anima sono alcuni dei temi attorno a cui si snoda questo interessante confronto tra Natoli e gli studenti.
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Il dolore nella storia dell’arte

Proprio il binomio dolore-morte ha carpito, nel corso dei secoli, l’attenzione di molti artisti che lo hanno di frequente associato alla figura di Gesù nel suo ultimo anelito di vita. L’esempio magistrale è rappresentato dal Cristo Morto di Mantegna, datato 1475, che più di altri è riuscito a raccontare in modo sublime il mistero della morte, divenendo fonte di ispirazione per molti artisti nonché punto di partenza di questa puntata di StoriE dell’artE.

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Storia delle emozioni: da Cartesio alle neuroscienze

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Alberto Oliverio parla della concezione che la cultura occidentale ha avuto delle emozioni nel corso del suo sviluppo storico.
Nella filosofia dualistica di Cartesio, incentrata sulla contrapposizione di mente e corpo, esisteva una netta distinzione tra la razionalità e le emozioni, ossia tra quelle che venivano considerate le proprietà proprie dell’uomo in modo peculiare e ciò che si legava alla sfera animale, all’“esprit de bête”. Le emozioni venivano intese alla stregua una serie di automatismi e comportamenti più semplici di quelli governati da un’anima capace di risposte di tipo cognitivo.

Attualmente le emozioni sono oggetto di studio delle neuroscienze. Ma cosa sono?

Le neuroscienze sono qualcosa di molto antico e molto recente. Da sempre medici e filosofi si interrogano sui punti di contatto delle rispettive discipline. Un confine tra le due anzi si è delineato solo nel corso del tempo, a partire da ambiti di indagine che erano originariamente comuni. Domande come quelle relative alla “sede” del pensiero, ad esempio, che alcuni legavano al cuore, altri al cervello, hanno visto opporsi con diverse soluzioni Platone e Aristotele e le rispettive scuole, fino alla definitiva identificazione, da parte della medicina tardoantica, del cervello come “organo” del pensiero.
La nascita di questo modo di guardare all’uomo, come un corpo dotato di organi con funzioni ben precise, di cui un certo insieme di segni esteriori, prestazioni o comportamenti è l’effetto o l’espressione, costituisce un’acquisizione filosofica e medica dalla quale discendono infinite conseguenze con le quali i saperi contemporanei continuano a confrontarsi in modi sempre più raffinati e dettagliati.

Teoria delle emozioni di Alberto Oliviero

Il mio Oriente di Schopenhauer

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Fra i molti elementi controcorrente che resero celebre Schopenhauer presso una ristretta cerchia di contemporanei e contribuirono nel Novecento a trasformarlo in oggetto di culto per una ben più folta schiera di appassionati vi è senz’altro la lungimirante apertura nei confronti del mondo, della cultura e della religiosità dell’Oriente, in particolare dell’India. Alcuni, da Nietzsche a Hesse, videro in ciò il segno di una inarrivabile libertà intellettuale: per Schopenhauer non la Grecia, non Roma, non il Cristianesimo rappresentano la culla e l’età dell’oro dell’umanità – e, quindi, dell’Europa –, bensì l’India, il Brahmanesimo e il Buddhismo. Certo egli non fu il solo a pensarlo, giacché una sorta di indomania caratterizzò l’intera cultura romantica. Schopenhauer fu però il primo e unico filosofo a inserire organicamente l’India in un poderoso sistema di pensiero, facendone il cardine della sua metafisica e della sua etica: «Buddha, Eckhart e io insegniamo nella sostanza la stessa cosa» annotò due anni prima della morte, consapevole di imprimere così il proprio sigillo di verità a un’opera destinata a permanere.

 

Seguendo questo link è possibile consultare l’opera integrale

Apologia di Socrate – Guida alla lettura

socrate“Prima” della lettura – La contestualizzazione dell’opera.

In rete sono disponibili varie versioni dell’opera che potrete leggere gratuitamente seguendo questo link (o ascoltare nella versione audiolibro). Per prima cosa ci domanderemo a quale periodo della vita e dell’attività filosofica di Platone possa risalire questo testo. Sappiamo che Platone lo scrisse dopo la morte di Socrate, probabilmente dopo che lo stesso Platone era tornato in Atene. Passato il timore che, oltre al maestro, si volessero colpire anche i suoi discepoli, egli scrisse questa Apologia, questa difesa di Socrate.
Dagli studiosi questo testo viene considerato tra i primi della produzione scritta di Platone, forse il secondo, dopo la composizione dell’Eutifrone. Appartiene dunque a pieno titolo ai “dialoghi socratici”, alle opere giovanili nelle quali è più forte la risonanza e la forza dell’insegnamento socratico.
L’ambientazione storica
Dopo la caduta dei Trenta Tiranni e il ritorno della democrazia in Atene, viene intentato un processo a Socrate, accusato di essere uno – o il principale – dei cattivi maestri che erano responsabili delle sciagure
di Atene, dalla sconfitta nella guerra del Peloponneso fino, appunto, alla tirannide dei Trenta.
Titolo
Apologia di Socrate. “Apologia” sta a significare “discorso in difesa”, “scritto a difesa”. Difendere Socrate: da quali accuse? Quelle che lo avevano portato in giudizio? Ma Socrate non era già morto, a seguito della condanna che gli era stata inflitta? Che senso ha, allora, una difesa di Socrate post mortem?
Lettura rapida
Questo tipo di lettura potrà mostrarci la struttura narrativa dell’opera, che consta di tre discorsi pronunziati da Socrate a sua difesa dinanzi ai giudici. Quindi ha l’andamento di un’arringa difensiva che tante volte abbiamo visto fare da avvocati in film e telefilm. Nel nostro caso è lo stesso imputato (Socrate) a difendere se stesso, come sembra abbia fatto Socrate durante il processo.
La lettura rapida può fornirci una prima informazione sul tema su cui verte l’Apologia, su alcune parole- chiave che la caratterizzano e una prima loro chiarificazione.
Ma quella prima lettura soprattutto ci può fornire un’immagine di Socrate, dell’uomo e del pensatore.
Chi è Socrate, questo ateniese accusato di colpe gravi nei confronti della città e dei suoi concittadini? È responsabile di ciò che gli viene imputato? Quale è l’immagine che di lui hanno dato gli accusatori e quella che fornisce lui stesso di sé? Quali sono le parole-chiave?
• Innanzitutto sapienza. Di lì sono nati l’odio e l’avversione verso Socrate, contro la sua “sapienza”. “Sapienza” ha due accezioni, a seconda che si parli della “sapienza” di coloro che si considerano sapienti o di quella di Socrate, il quale dice che la sua sapienza è un “sapere di non sapere”.
• L’altra parola-chiave potrebbe essere la missione di Socrate: in che cosa consisteva? chi gliela aveva assegnata?
• La terza parola-chiave è vivere, anzi vivere bene, vivere rettamente.
• La quarta e ultima parola-chiave è morte, quella che ora aspetta Socrate, ma che aspetta anche ogni uomo. Che cosa è la morte? il peggiore dei mali oppure no?
• Possono però essere scelte anche altre parole-chiave, ad esempio accuse e difesa, le accuse rivolte a Socrate e le argomentazioni con le quali Socrate risponde a queste accuse.
• Oppure potrebbe essere scelto anche un taglio di lettura particolare come: Socrate e Atene.

 

Lettura analitica
Se la prima lettura ci ha fornito una prima e rapida visione di situazioni e temi, una “lettura lenta” deve servirci per approfondire e per mettere alla prova anche le parole-chiave prescelte, oltre che a riconsiderare
l’“immagine” di Socrate che abbiamo percepito. La “lettura lenta” è analitica: consisterà in un leggere-e-rileggere facendo ipotesi di interpretazione. Al centro della nostra analisi ci sarà la domanda
che ci siamo posti nella lettura rapida: qual è il tema, l’argomento di cui tratta l’opera e che cosa viene detto di questo tema o di questo argomento?
Si procede, in questo caso, gradualmente, identificando volta per volta i passaggi del testo, gli snodi del discorso, dell’argomentazione. In questa sede si possono fare solo degli esempi.

Ora qualcuno potrebbe intervenire: “Ma insomma, Socrate, qual è l’attività che svolgi tu? Da dove ti sono venute queste calunnie? Perché, sicuramente, se tu non avessi fatto nulla fuor dall’ordinario rispetto agli altri non ti sarebbe venuta questa fama con queste dicerie, se tu non avessi compiuto nulla di diverso da tutti gli altri. Rivela dunque a noi che cos’è mai questo, perché noi non vogliamo prendere in esame il tuo caso, così, senza ponderazione.” Se qualcuno parla in questo modo a me pare
che dica bene e io tenterò di dimostrarvi che cos’è quel che mi ha procurato questa nomea e queste voci calunniose. Ascoltatemi dunque. E forse a qualcuno di voi sembra che io scherzi; ma voi sapete bene che io dirò tutta la verità. Io dunque, cittadini Ateniesi, mi sono procurato questo nome per una certa sapienza. E qual è poi questa sapienza? Quella che viene considerata sapienza umana: e in realtà io rischio di essere saggio in questa sapienza. Quelli invece, di cui parlavo poco fa, potrebbero
essere saggi in una sapienza che è più grande rispetto a quella umana, oppure io non so che cosa dire. Io, in realtà, questo tipo di sapienza non la conosco e se qualcuno invece lo afferma, mente e parla per spargere calunnie sul mio conto. E ora, cittadini Ateniesi, non fate trambusto, neppure se sembrerà che io dica qualcosa di troppo grande, perché non è la mia parola che io dico, ma io riferirò che chi parla per voi è ben degno di considerazione. Della mia sapienza, se pure essa è sapienza
e quale, io chiamerò testimone davanti a voi il dio di Delfi. Voi avete certamente conosciuto Cherofonte. Egli fu un mio compagno fin da ragazzo ed è pure amico alla vostra parte popolare e, insieme a voi, prese parte a questo esilio, e con voi fece ritorno. E voi sapete anche che uomo era Cherofonte e come era ben determinato verso quello che si volgeva a fare. Ed ecco una volta che egli recatosi a Delfi osò fare all’oracolo questa domanda, e, come vi chiedo, non rumoreggiate cittadini, faceva
appunto domanda se vi era qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che non v’era nessuno che fosse più saggio. E di queste cose suo fratello che è qui presente potrà farvi da testimone, perché lui è morto.
Considerate dunque i motivi per i quali io vi dico queste cose: voglio dimostrarvi infatti donde è nata la calunnia contro di me. Dopo aver udito questo responso, io ragionai così fra me e me: «Che cosa mai intende significare il dio? Che cosa mai sottintende ai suoi enigmi? Perché io, per quel che mi riguarda, so di non essere sapiente, né molto né poco. Allora che cosa mai vuol dire affermando che io sono il più sapiente di tutti gli altri? Perché, sicuramente, egli non mente, giacché non è lecito a
lui mentire». E per lungo tempo io fui incerto su che cosa volesse dire. Poi, per quanto contro mia voglia, mi misi a farne una ricerca così. Mi recai da uno di quelli che godono la fama di essere sapienti, perché in questo modo avrei potuto confutare l’oracolo, facendo conoscere al vaticinio quanto segue: «Ecco costui è più sapiente di me, mentre tu affermavi che lo ero io». Mentre dunque stavo esaminando questo tale,
non vi è alcun bisogno che io ve ne dica il nome, era uno dei politici esaminando il quale e dialogando con lui, io provai questa esperienza: mi sembrava che quest’uomo avesse la fama e fosse sapiente per molti altri uomini e, in particolare modo, per se stesso, ma che in realtà non lo fosse; e allora tentai anche di fargli intendere che credeva di essere sapiente, ma che in realtà non lo era. Da quel momento dunque fui odiato non solo da lui, ma anche da molti di quelli che erano presenti. E mentre
me ne andavo via da lui consideravo tra me e me che ero più sapiente di lui: era molto probabile che nessuno di noi due sapesse nulla di bello e di buono, ma costui credeva di sapere, pur non sapendo, io invece, poiché non so, non penso nemmeno di sapere. Mi sembrò dunque di essere più sapiente di lui, proprio di questo pochettino, perché io, quel che non so, non credo nemmeno di saperlo.
da Apologia di Socrate, a cura di Gino Giardini, Newton & Compton Editori, Roma 1997.

Partiamo, come spesso accade nel discorso filosofico, da una domanda, in questo caso implicita, a cui Socrate risponde: c’è una “sapienza” di cui Socrate riconosca di essere sapiente? Ha già escluso che questa sapienza sia quella dei Sofisti, che a pagamento sanno insegnare la “virtù dell’uomo e del cittadino”.
La scena di questa parte del discorso – ricordiamolo – è quella della arringa difensiva che sarebbe stata pronunziata da Socrate. Più che ai giudici Socrate si rivolge ai cittadini di Atene. Afferma che la sua è una certa sapienza umana. In che cosa consiste questa sapienza umana? Socrate non ce lo dice.
Se ci aspettavamo che lo spiegasse subito, saremo rimasti al momento delusi. Socrate riprende il riferimento ai Sofisti (“Quelli invece di cui parlavo poco fa…”): essi sono sapienti di una sapienza più che umana. Socrate è più interessato a distinguere, anzi a separare nettamente la sua “sapienza umana” dalla “sapienza più che umana” dei Sofisti.
Socrate vuol dire di sé che non è un Sofista, che non gli si possono attribuire le accuse rivolte ai Sofisti (“far apparire la ragione peggiore migliore”, diceva in precedenza riferendo una delle accuse che gli venivano rivolte).
Rivendica per sé: “la sapienza di costoro non la conosco” chi lo sostiene mente ed è un calunniatore.
Riassumendo, di che “sapienza” è sapiente Socrate? Di una sapienza umana, che non deve essere scambiata con la sapienza più che umana dei Sofisti.
Ora nel discorso di Socrate c’è una evoluzione. Anche stilisticamente egli la annunzia: “E ora, cittadini ateniesi, non fate trambusto, […] chi parla per voi è ben degno di considerazione”.

La comprensione delle informazioni necessarie
Anche l’Apologia contiene nomi e riferimenti a situazioni che è necessario conoscere, per poter comprendere in tutto il loro significato le affermazioni di Socrate. Questo vale per ogni altra opera.
Chi è Cherofonte, che cosa c’è a Delfi, di quale dio si tratta, chi è la Pizia, che cosa è un oracolo. Nei testi di storia o in enciclopedie ci dovrebbero essere informazioni su tutti o quasi questi aspetti oppure
dovremo acquisirle altrove.
Di Cherofonte forse ci possiamo accontentare di quello che scrive Platone. Uomo “ben degno di considerazione” lo definisce Socrate, “amico alla vostra parte popolare”, quindi della parte democratica. Si sa che fuggì come altri democratici al momento dell’insediamento dei Trenta Tiranni e che ritornò, con Trasibulo, quando ebbe termine quella dittatura. Dunque Socrate riferisce la testimonianza sì di un suo amico, ma che è persona di fede democratica e degna di fiducia.
Delfi è per i Greci un luogo molto importante. Non solo è la sede di un santuario del dio Apollo, a cui molti Greci sono devoti, ma è soprattutto il santuario a cui le póleis si rivolgevano per ottenere oracoli relativi all’insediamento di nuove colonie fuori della madrepatria.
L’oracolo è il responso che il dio faceva ottenere attraverso i sacerdoti o le sacerdotesse del tempio di Delfi.
La Pizia era una di queste sacerdotesse. Dunque, il responso che viene dato al quesito posto da Cherofonte è particolarmente significativo e rilevante: viene da un’autorità religiosa che tutti i Greci riconoscono.
Dunque, Socrate è stato dichiarato il più sapiente di tutti gli uomini dall’oracolo di Delfi.

L’individuazione e la rassegna dei concetti
Ma di quale sapienza Socrate è il più sapiente?
Torna il concetto centrale di “sapienza”, ma Socrate, abbiamo visto, distingue nettamente la sua sapienza da quella degli altri. Dunque dovremo definire la sapienza di Socrate, quella dei Sofisti, poi
quella dei poeti, quella dei politici, quella degli artigiani.
Più in generale, in questa, come in ogni altra opera filosofica individuare, riconoscere e definire concetti è fondamentale.
È consigliabile, in un quaderno di appunti, dedicare una apposita sezione alla raccolta di definizioni o affermazioni relative ai concetti. Facendo attenzione, però, che non si confondano tra di loro aspetti appartenenti a diversi concetti: la sapienza di Socrate non va confusa con quella dei Sofisti. Anche in assenza di una esplicita definizione del concetto, è possibile – riordinando logicamente le diverse affermazioni
– giungere a una definizione del concetto in questione.
Per esempio, della sapienza di Socrate si dice… (e si vanno a cercare citazioni nell’Apologia di Socrate).
La ricostruzione dell’argomentazione
Torniamo alla nostra domanda di fondo e di partenza: di che cosa parla l’opera e che cosa viene detto di questo tema? Nella “lettura analitica” si segue passo a passo lo snodarsi del testo cercando continuamente
risposte. A tal fine facciamo un lavoro che ci può aiutare: paragrafiamo e sottoparagrafiamo il testo, dando titoli sia ai paragrafi che ai sottoparagrafi.
Come testo ci riferiamo a quello riprodotto precedentemente in colore azzurro.
Proponiamo alcuni titoli, ad esempio quello che corrisponde alla domanda che Socrate si pone dopo aver saputo il responso dell’oracolo: che cosa vuol dire il dio? Ma si potrebbe titolare anche La sapienza di Socrate, oppure ancora So di non sapere. Come si potrebbe suddividere il testo in sottoparagrafi e quale titolo dare a ciascuno? Il primo riguarda le prime righe e il titolo è sicuramente la domanda prima citata: Che cosa vuol dire il dio?
Il secondo passaggio corrisponde a una sola frase (ma che frase!) che può anche essere il secondo titolo: Certo il dio non mente, perché non può mentire. Oppure più direttamente: Il dio non mente. Dunque, Socrate
è il più sapiente di tutti gli uomini! Poi inizia la fase della ricerca. Possiamo titolare questo sottoparagrafo La ricerca oppure Alla ricerca del senso dell’oracolo. Il primo che Socrate incontra è un uomo politico. Titoleremo La “sapienza” dell’uomo politico oppure Esaminando la sapienza del politico.
Il passaggio successivo potrebbe essere: secondo Socrate il politico presume di essere sapiente.
Potremmo anche togliere il titolo precedente e dare alle righe in questione quest’ultimo titolo. Socrate sa bene che per aver cercato di convincere il politico di non essere sapiente si è attirato odio. Titoleremo:
Odio contro Socrate.
Se non si volesse paragrafare andando, per così dire, passo a passo (ma in una prima fase di questo tipo di lavoro per chi non è esperto è bene farlo) si potrebbe titolare tutta la seconda parte del paragrafo, ad esempio, Vera e falsa sapienza, essendo il tema del racconto di Socrate quello da cui emerge che il politico credeva di essere sapiente e non lo era e Socrate non era sapiente, ma neanche credeva di esserlo: sapeva di non sapere.
Ma perché chi sa di non sapere è sapiente, anzi, perché Socrate che sa di non sapere è il più sapiente di tutti gli uomini?
A questo punto saremmo in grado di mettere il titolo al paragrafo, riguardando i titoli attribuiti ai diversi sottoparagrafi. Vanno bene i titoli qui proposti per il paragrafo? Vanno modificati o cambiati totalmente?
Perché?

Il significato dell’opera
Di che cosa parla l’Apologia? È la difesa di Socrate? La si può considerare una trascrizione più o meno fedele dei discorsi pronunziati da Socrate in quella occasione? Il personaggio principale è “Socrate”: ma chi parla è il Socrate storico, oppure è Platone? Quelle che vengono riportate sono le idee e le posizioni di Socrate o quelle del suo pur bravissimo ed eccezionale discepolo? Siamo in grado di stabilire ciò che è di Socrate e ciò che è di Platone?
Per provare a rispondere a queste intricate questioni dovremmo andare in direzione di due ricerche di tipo, come si dice in linguaggio tecnico, co-testuale. Cioè dovremmo analizzare altri dialoghi platonici appartenenti o attribuiti al primo periodo platonico, quello socratico appunto, per ritrovare temi, impostazioni, concetti e problemi analoghi a quelli dell’Apologia. Poi dovremmo tener conto anche di altre
opere, filosofiche e non, come la commedia Le Nuvole di Aristofane e gli scritti di Senofonte (anch’egli scrisse un’Apologia di Socrate). Molti, dopo la morte di Socrate, si considerarono i continuatori del pensiero socratico, ma chi fu l’autentico erede e interprete del pensiero socratico?
Quale scopo Platone voleva raggiungere con la sua Apologia? Voleva difendere la figura e l’opera di Socrate? riprendere e continuare la sua “missione”, presentarsi come il vero interprete e continuatore della missione e del pensiero di Socrate? A chi si rivolgeva? Chi erano i lettori del suo testo? i cittadini di Atene? il gruppo dirigente democratico? i discepoli di Socrate? quei cittadini di Atene che intendevano o potevano essere convinti a prendersi cura della loro anima e delle sorti di Atene?
La figura di Socrate
Quale “Socrate” viene proposto nell’Apologia? Quale delle immagini di Socrate Platone vuole proporre? Il Socrate anomalo, quello che inquietava anche Senofonte? oppure una figura meno difficile da accettare, più accomodante? No, non sembra che Platone intenda smussare gli angoli di un personaggio e di una attività che spesso avevano suscitato odi ed avversioni, che vengono ricordati. In più di un caso nell’Apologia sappiamo, “sentiamo” che gli Ateniesi protestano e si indignano per alcune affermazioni di Socrate, che, per parte sua, riconferma il suo ruolo di “tafàno”, che sollecita, stimola e critica pungendo ai fianchi la città, ma che rifiuta di essere accusato di non aver voluto e cercato il bene della
città. Egli, invece, di tale ricerca ha fatto la sua prima preoccupazione, quella a cui tutto ha sacrificato.
Lo stile dell’Apologia
Tutto il testo dell’opera è nella forma del discorso diretto, poiché vuole presentare i discorsi pronunziati da Socrate in sua difesa, in occasione del processo. Intende riprodurre proprio quelle modalità del dialogare socratico che erano uno dei tratti distintivi di questo pensatore, con quel domandare e quell’argomentare capace di mettere in difficoltà e sconcertare l’interlocutore.
Nella parte centrale dell’opera “Socrate” riproduce quegli incontri e quei dialoghi con poeti e politici che gli hanno attirato tanta avversione. “Socrate” si difende, ma spesso contrattacca, conferma le sue
scelte e la validità del suo impegno.
Platone riesce a scrivere un’opera dandole un ritmo incalzante, attraverso un dialogo teso e drammatico tra Socrate e gli Ateniesi. Sembra di sentir aleggiare la domanda che Platone più volte si è posto e avrà posto: come è stato possibile mandare a morte il più giusto di tutti gli uomini?

Voce TOLLERANZA del Dizionario filosofico di Voltaire

inv. 1983.7.33

Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura. Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il ghebro, il baniano, l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme; nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione. Perché, allora, ci siamo scannati a vicenda quasi senza interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi? Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle. Prima di lui si era combattuto contro i cristiani solo perché cominciavano a costituire un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quelli degli ebrei e degli egiziani, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma li tollerava? Perché né gli egiziani, né gli stessi giudei, cercavano di distruggere l’antica religione dell’Impero; non correvano per le terre e per i mari a far proseliti: pensavano solo a far quattrini. Mentre è incontestabile che i cristiani volevano che la loro fosse la religione dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove stesse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano ch’essa stesse in Campidoglio. San Tommaso ha il coraggio di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non ci riuscirono. Convinti che tutta la terra dovesse essere cristiana, erano, dunque, necessariamente nemici di tutta la terra, finché questa non fosse convertita. Erano inoltre nemici gli uni degli altri su tutti i punti controversi della loro religione. Bisogna, anzitutto, considerare Gesù Cristo come Dio? Coloro che lo negano vengono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, i quali a loro volta anatemizzano gli adoratori di Gesù. Alcuni vogliono che tutti i beni siano in comune, come si sostiene che lo fossero al tempo degli apostoli? I loro avversari li chiamano «nicolaiti», e li accusano dei più infami delitti. Altri tendono a una devozione mistica? Vengono chiamati «gnostici» e ci si scaglia contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? Lo si tratta da idolatra. Tertulliano, Prassea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato, sono tutti perseguitati dai loro fratelli, prima di Costantino; e appena questi ha fatto trionfare la religione cristiana, gli atanasiani e gli stessi eusebiani si massacrano a vicenda; e, da allora sino ad oggi, la Chiesa cristiana s’è inondata di sangue. Il popolo ebreo era, lo ammetto, un popolo assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese, sul quale non aveva più diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra. Tuttavia, quando Naaman guarì dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli aveva insegnato quel segreto, gli disse che avrebbe adorato per riconoscenza il Dio degli ebrei, riservandosi però la libertà di adorare anche il Dio del suo re e ne chiese il permesso a Eliseo, il profeta non esitò a concederglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non si meravigliavano del fatto che ogni popolo adorasse il proprio. Trovavano giusto che Chemosh avesse concesso un certo distretto ai moabiti, purché Dio ne concedesse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio, come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza presso il popolo più intollerante e crudele dell’antichità: noi lo abbiamo imitato nei suoi assurdi furori, e non nella sua indulgenza. È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro. Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche; li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi. E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti; e ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare; poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo; e questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno. Insensati, che non avete mai saputo adorare con purezza di cuore il Dio che vi creò! Sciagurati, che non avete imparato niente dall’esempio dei noachidi, dei cinesi, dei parsi e di tutti i saggi. Mostri, che avete bisogno di superstizioni, come il becco dei corvi ha bisogno di carogne! Vi è già stato detto, e non c’è altro da dirvi: se nella vostra patria ci sono due religioni, gli uomini si scanneranno a vicenda; se ce ne sono trenta, vivranno in pace. Guardate il Gran Turco: egli governa dei ghebri, dei baniani, dei cristiani greci, dei nestoriani e dei romani. Il primo che tenta di provocare un tumulto viene impalato, e tutti vivono tranquilli.

II

Di tutte le religioni, la cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare maggiore tolleranza, sebbene, sino ad oggi, i cristiani si sian mostrati i più intolleranti degli uomini. Gesù, che si degnò di nascere nella povertà e nell’umiltà, come i suoi fratelli, non si degnò mai di praticare l’arte dello scrivere. Gli ebrei avevano una legge scritta fin nei minimi dettagli, e noi non possediamo una sola riga di mano di Gesù. Gli apostoli si divisero su parecchi punti: san Pietro e san Barnaba mangiavano carni proibite con i neocristiani stranieri e se ne astenevano con i cristiani ebrei; san Paolo rimproverò loro tale condotta; questo stesso Paolo, fariseo (discepolo del fariseo Gamaliele che aveva perseguitato con furore i cristiani), rompendo poi con 139 Gamaliele, si fece a sua volta cristiano, e, più tardi, al tempo del suo apostolato, si recò a sacrificare nel tempio di Gerusalemme. Osservò pubblicamente per otto giorni tutte le cerimonie della legge giudaica, cui aveva rinunziato; vi aggiunse, anzi, devozioni e purificazioni: insomma «giudaizzò» in tutto e per tutto. Il più grande apostolo cristiano compì per otto giorni le stesse cose per cui oggi gran parte dei popoli cristiani condannano gli uomini al rogo. Teuda, Giuda si eran detti «Messia», prima della venuta di Gesù. Dositeo, Simone, Menandro si dissero tali dopo Gesù. Sin dal primo secolo della Chiesa, prima ancora che fosse conosciuto il nome di «cristiano», c’erano già una ventina di sette in Giudea. Gli gnostici contemplativi, i dositeani, i cerinzi esistevano già prima che i discepoli di Gesù avessero preso il nome di «cristiani». Ci furono ben presto trenta Vangeli, ognuno dei quali apparteneva a una diversa comunità; e sin dalla fine del I secolo si possono contare trenta sette di cristiani in Asia Minore, in Siria, in Alessandria ed anche in Roma. Tutte queste sette, disprezzate dal governo romano e nascoste nell’oscurità, si perseguitavano tuttavia le une contro le altre nei sotteranei in cui strisciavano, scagliandosi ingiurie; era tutto quello che potevano fare, nella loro abiezione: erano quasi tutte composte dalla feccia del popolo. Quando, infine, alcuni cristiani ebbero accolto i dogmi di Platone e mescolato un po’ di filosofia alla loro religione, che separarono da quella ebraica, diventarono a poco a poco più rispettabili, ma sempre divisi in tante sette, senza che arrivasse mai un solo momento in cui la Chiesa cristiana fosse unita. Essa ebbe origine in mezzo alle divisioni degli ebrei, dei samaritani, dei farisei, dei sadducei, degli esseni, dei giudaiti, dei discepoli di Giovanni, dei terapeuti. Fu divisa fin dalla culla, lo fu perfino durante le persecuzioni che ebbe a patire talvolta sotto i primi imperatori. Spesso il martire era considerato un apostata dai suoi confratelli, e il cristiano carpocraziano moriva sotto la scure del boia romano, scomunicato dal cristiano ebionita, il quale era a sua volta anatemizzato dal sabelliano. Questa orribile discordia, che dura da tanti secoli, è una grande lezione che dovrebbe spingere a perdonarci l’un l’altro i nostri errori: la discordia è la piaga mortale del genere umano, e la tolleranza ne è il solo rimedio. Non c’è nessuno che non convenga su questa verità, sia che mediti a sangue freddo nel suo studio, sia che esamini pacatamente la questione con i suoi amici. Perché allora quegli stessi uomini che, in privato, ammettono l’indulgenza, la benevolenza, la giustizia, insorgono in pubblico con tanto furore contro queste virtù? Perché? Perché l’interesse è il loro dio e così sacrificano tutto a questo mostro che adorano. «Io posseggo una dignità e una potenza, attribuitemi dall’ignoranza e dalla credulità: cammino sulle teste degli uomini prosternati ai miei piedi: se essi si sollevano da terra e mi guardano in faccia, sono perduto; bisogna dunque che li tenga giù con catene di ferro.» Così han ragionato uomini resi potentissimi da secoli di fanatismo. Essi hanno sotto di loro altri potenti, e costoro ne hanno altri ancora, e tutti si arricchiscono con le spoglie del povero, si ingrassano col suo sangue, e ridono della sua imbecillità. Essi detestano tutti la tolleranza, come i faziosi arricchitisi a spese della collettività hanno paura di rendere i conti e, come i tiranni, temono la parola «libertà». E per colmo, assoldano dei fanatici che urlano: «Rispettate le assurdità del mio padrone, tremate pagate e tacete!» Fu così che ci si comportò per lungo tempo in gran parte del mondo. Ma oggi, che tante sette si bilanciano con i loro poteri, quale partito prendere nei loro confronti? Ogni setta, come si sa, è sinonimo di errore: non ci sono sette di geometri, di algebrici, di matematici, perché tutte le proposizioni della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica sono vere. In tutte le altre scienze si può sbagliare. Ma quale teologo tomista o scotista oserebbe affermare seriamente di essere sicuro del fatto suo? Se c’è una setta che ricordi i tempi dei primi cristiani, essa è senza dubbio quella dei quaccheri. Nessun’altra somiglia di più alla comunità degli apostoli. Gli apostoli ricevevano lo Spirito, e i quaccheri anche. Gli apostoli e i loro discepoli parlavano a tre o quattro per volta nelle loro assemblee, che si tenevano al terzo piano, e i quaccheri fanno lo stesso a pianterreno. Alle donne era permesso, secondo san Paolo, di predicare, e, sempre secondo lo stesso santo, era loro proibito; le quacchere predicano in virtù della prima concessione. Gli apostoli e i loro discepoli giuravano con un «sì» o con un «no»; e i quaccheri giurano allo stesso modo. Nessun segno di distinzione addosso, nessun modo di vestire diverso fra i discepoli e gli apostoli; e i quaccheri hanno maniche senza bottoni e son tutti vestiti alla stessa maniera. Gesù Cristo non battezzò nessuno dei suoi apostoli; i quaccheri non sono battezzati. Sarebbe facile spingere più lontano questo parallelo; e ancora più facile mostrare quanto la religione cristiana dei nostri giorni differisca dalla religione che Gesù praticò. Gesù era ebreo, e noi non siamo ebrei; Gesù si asteneva dalla carne di maiale, animale immondo, e dalla carne di coniglio, perché esso rumina e non ha l’unghia fessa; noi mangiamo sfacciatamente il maiale perché per noi non è immondo, e mangiamo il coniglio, che ha l’unghia fessa e non rumina. Gesù era circonciso, e noi conserviamo intatto il nostro prepuzio. Gesù mangiava l’agnello pasquale con la lattuga, celebrava la festa dei tabernacoli, e noi non lo facciamo. Osservava il sabato, e noi lo abbiamo cambiato; sacrificava, e noi non sacrifichiamo più. Gesù nascose sempre il mistero della sua incarnazione e della sua dignità: non disse mai di essere uguale a Dio, e san Paolo dice apertamente nella sua Epistola agli Ebrei che Dio creò Gesù inferiore agli angeli; ma, nonostante tutte le affermazioni di san Paolo, Gesù fu riconosciuto Dio al concilio di Nicea. Gesù non regalò al papa né la marca di Ancona, né il ducato di Spoleto; e tuttavia il papa li possiede per diritto divino.  Gesù non fece un sacramento né del matrimonio né del diaconato; eppure, per noi, il diaconato e il matrimonio sono sacramenti. Se l’esaminiamo a fondo, la religione cattolica, apostolica e romana è, in tutte le sue cerimonie e in tutti i suoi dogmi, l’opposto di quella di Gesù. E con questo? Dovremmo forse tutti giudaizzare, perché Gesù giudaizzò per tutta la vita? Se, in fatto di religione, fosse permesso di ragionare in modo coerente, è chiaro che dovremmo farci tutti ebrei, perché Gesù Cristo, nostro salvatore, nacque ebreo, visse ebreo, morì ebreo e disse chiaramente di essere venuto per compiere e adempiere la religione ebraica. Ma è più chiaro ancora che noi dobbiamo tollerarci a vicenda, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore. Un giunco piegato dal vento nel fango dirà forse al giunco vicino, piegato in senso contrario: «Striscia come me, miserabile, o presenterò un’istanza perché ti si strappi dalla terra e ti si bruci»?

edizione integrale del Dizionario filosofico