Montaigne: I Cannibali

Essays_(Montaigne)(passi scelti dal saggio omonimo – Saggi, Libro I, capitolo XXXI)

Quando il re Pirro venne in Italia, dopo aver osservato lo schieramento dell’esercito che i Romani gli mandavano contro, disse: «Non so che barbari siano questi – poiché i Greci chiamavano così tutti i popoli stranieri – ma la disposizione di questo esercito che vedo non è affatto barbarica». Lo stesso dissero i Greci di quell’armata che Flaminio fece passare nel loro paese, e così pure Filippo, osservando da un’altura, nel suo regno, l’ordine e la disposizione del campo romano, ai comandi di Publio Sulpicio Galba. Ecco come bisogna guardarsi dall’aderire alle opinioni volgari, e come bisogna giudicarle per via della ragione, non secondo il senso comune.
Presso di me ho avuto a lungo un uomo che aveva vissuto dieci o dodici anni in quell’altro mondo che è stato scoperto nel nostro secolo, nel luogo in cui Villegaignon era sbarcato e che aveva chiamato Francia Antartica. Questa scoperta di un continente infinito sembra degna di grande considerazione. Non so se mi si possa garantire che non si farà in futuro qualche altra scoperta, perché personaggi più importanti di noi sono già caduti in errore riguardo a questa. Temo che noi abbiamo gli occhi più grandi del ventre, e più curiosità che capacità: abbracciamo tutto, ma non stringiamo nient’altro che il vento. […]
 Ora, per ritornare discorso, io ritengo che non ci sia niente di barbaro e selvaggio in questa nazione, per quanto mi è stato riferito, se non che si chiama “barbarie” ciò che non è nei nostri costumi; sembra infatti che non abbiamo altro criterio di verità e di ragione che non sia l’esempio e l’idea delle opinioni e delle abitudini del paese in cui siamo. Là è sempre la religione perfetta, il governo perfetto, l’uso perfetto e compiuto d’ogni cosa. Essi sono selvaggi, al modo stesso in cui noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo sviluppo naturale; laddove, in verità, dovremmo piuttosto chiamare selvatici quelli che noi abbiamo col nostro artificio alterati e distorti dall’ordine naturale. In quelli sono vive e vigorose quelle virtù e proprietà che sono le vere, più utili e naturali, quelle che noi abbiamo imbastardito in questi, adattati al piacere del nostro gusto corrotto. E nondimeno il sapore medesimo e la delicatezza di diversi frutti di quelle regioni, che non sono stati coltivati, sembrano eccellenti, rispetto ai nostri. Non c’è ragione che l’arte (= “ciò che è prodotto dal lavoro, dall’ingegno, ciò che è artificiale”) guadagni il punto d’onore sulla nostra grande e potente madre natura. Abbiamo tanto sovraccaricato la bellezza e la ricchezza delle sue opere con le nostre invenzioni, che l’abbiamo soffocata del tutto. […]
Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma con tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c’erano uomini che avrebbero saputo giudicarne meglio di noi. […] Essi non
poterono immaginare una ingenuità tanto pura e semplice quale noi vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani (= “leggi, tribunali”) […]
Per il resto vivono in un paese molto piacevole e dal clima temperato, sicché, a quel che mi dicono i miei testimoni, è raro vedere un uomo malato; e mi hanno assicurato di non avere là visto alcuno tremolante, cisposo, sdentato o curvo per la vecchiaia. Si sono insediati lungo il mare, protetti dal lato della terra da alte e grandi montagne, e tra il mare e le montagne occupano una piana larga circa cento leghe. Hanno grande abbondanza di pesci e di carni che non assomigliano alle nostre, e le mangiano senz’altro artificio che non sia la cottura. Il primo che portò là un cavallo, sebbene fosse stato a contatto con loro in parecchi viaggi, fece loro tanto orrore in questo assetto che lo uccisero a colpi di frecce prima di poterlo riconoscere. Le loro costruzioni sono molto lunghe, e capaci di contenere due o trecento persone, coperte con la scorza di grandi alberi, toccano terra da un lato e si sostengono appoggiandosi l’una sull’altra sulla sommità, alla maniera di alcuni dei nostri granai, con la copertura che arriva a terra e serve da fiancata. Hanno del legno così duro che lo tagliano e ne fanno spade e graticole per cuocere la carne. I loro letti sono d’un tessuto di cotone, sospesi al tetto come quelli delle nostre navi, uno per ognuno, perché le donne dormono separate dai mariti. Si svegliano col sole e mangiano subito dopo essersi alzati, una volta per tutta la giornata: poiché non fanno altro pasto che questo. […]
Egli [l’anziano che dà l’esempio ed tramanda la sua esperienza] raccomanda loro due sole cose: il valore contro i nemici e l’amore per le loro mogli. […]
Fanno guerra ai popoli che vivono aldilà delle montagne, all’interno, e combattono completamente nudi, non avendo altre armi oltre agli archi e alle spade di legno, appuntite da un lato, come le punte dei nostri spiedi.
La tenacia dei loro combattimenti è straordinaria, poiché non finiscono mai se non per morte o spargimento di sangue, poiché non sanno cosa siano fughe e paura. Ognuno riporta la testa del nemico ucciso come trofeo e l’appende all’entrata della sua capanna. Dopo che essi hanno a lungo trattato bene i loro prigionieri, con tutte le comodità che si possono immaginare, quello che è il capo fa una grande assemblea di vicinato. Attacca una corda a uno dei bracci del prigioniero, dal lato da cui lo tiene, si allontana di qualche passo per paura di essere ferito, e dà l’altro braccio al più caro dei suoi amici, perché lo tenga allo stesso modo. E quei due, dinanzi a tutta l’assemblea, l’uccidono a colpi di spada. Fatto questo lo arrostiscono e lo mangiano insieme, e ne mandano dei pezzi ai loro amici assenti. Non lo fanno come si pensa per nutrirsi, come facevano anticamente gli Sciiti, ma per esprimere una vendetta estrema. E che sia così lo prova il fatto che avendo visto i Portoghesi, alleati ai loro avversari, usare contro di loro quando li catturavano un altro tipo di esecuzione, cioè interrarli sino alla cintola e lanciare contro il resto del corpo molti colpi di freccia e dopo impiccarli; pensarono allora che questi popoli di quest’altro mondo (in quanto gente che aveva diffuso la conoscenza di molti vizi tra i loro vicini e che erano maestri più grandi di loro in ogni tipo di malizia) non prendeva senza ragione questo tipo di vendetta e che dovesse essere più spiacevole della loro, per cui cominciarono ad abbandonare la loro antica consuetudine per seguire questa qui. Non m’importa rilevare l’orrore barbarico di una tale azione ma piuttosto questo, che pur giudicando bene le loro colpe, siamo così ciechi riguardo alle nostre. Penso che c’è più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto; nel lacerare con tormenti e supplizi un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare da cani e da porci piuttosto che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto (come noi abbiamo letto e visto anche di recente, non tra antichi nemici, ma tra vicini e concittadini e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa).
Il merito e il pregio di un uomo consistono nel cuore e nella volontà; è qui che risiede il suo vero onore; il valore sta nella saldezza non delle gambe e delle braccia, ma del coraggio e dell’animo; non consiste nella validità del nostro cavallo, né in quella delle nostre armi, ma nella nostra. Colui che cade tenace nel suo coraggio, “se è caduto combatte in ginocchio”, e che davanti al pericolo di una morte vicina, non perde nulla della propria fermezza; che, rendendo l’anima guarda ancora il suo nemico con sguardo fermo e  sprezzante, non è vinto da noi, ma dalla sorte; è ucciso, non vinto. I più valorosi sono a volte i più sfortunati. […]
Per tornare al nostro racconto, quei prigionieri son tanto lontani dall’arrendersi per tutto ciò che viene fatto loro che, anzi, due o tre mesi della loro cattività, mantengono un contegno (= comportamento) gaio; sollecitano i loro padroni perché si affrettino a metterli alla prova; li sfidano, li ingiuriano, rinfacciano loro la loro viltà e il numero delle battaglia perdute contro i propri compatrioti. Io posseggo una canzone composta da un prigioniero, in cui trova questo tratto saliente: che vengano pure arditamente tutti quanti e si radunino a mangiarlo; mangeranno, così, al tempo stesso, i loro padri e loro avi, che hanno servito di alimento e di nutrimento il suo corpo […] Ecco degli uomini veramente selvaggi, al nostro confronto: perché bisogna o che essi lo siano davvero completamente o che lo siamo noi; c’è infatti una distanza enorme fra il loro modo di essere e il nostro. […]
Tre di loro […] furono a Rouen [in Francia], al tempo in cui c’era il defunto re Carlo IX. Il re parlò loro a lungo; fu loro mostrato il nostro modo di vivere, la nostra magnificenza, l’aspetto d’una bella città. Dopo di che qualcuno chiese il loro parere, e volle sapere che cosa avessero trovato di più ammirevole; essi risposero tre cose, di cui non ricordo più la terza, e me ne rammarico; ne ricordo però ancora due. Dissero che prima di tutto trovavano molto strano che tanti grandi uomini, con la barba, forti e armati, che stavano intorno al re (è probabile che parlassero degli Svizzeri della sua guardia), si assoggettassero a obbedire a un fanciullo, e che invece non si scegliessero piuttosto qualcuno di loro per comandare; in secondo luogo (essi hanno una maniera di parlare secondo la quale chiamano gli uomini la metà degli altri) che si erano accorti che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case.
Parlai assai a lungo con uno di loro; ma avevo un interprete che mi seguiva tanto male e che si trovava così ostacolato dalla sua ignoranza a capire le mie idee, che non potei trarne alcun piacere. Quando gli domandai che vantaggio traesse dalla superiorità di cui godeva fra i suoi (perché era un capo, e i nostri marinai lo chiamavano re) egli mi disse che era di marciare per primo in guerra; da quanti uomini era seguito, e mi mostrò un tratto di terreno, per significare che erano tanti quanti potevano stare in quello spazio, e potevano essere quattro o cinquemila uomini; se, fuori della guerra, tutta la sua autorità era finita, ed egli mi rispose che gli rimaneva questa, che quando visitava i villaggi che dipendevano da lui, gli si preparavano sentieri attraverso i cespugli dei boschi, per i quali potesse passare comodamente.
Tutto ciò non va poi tanto male; purtroppo, non portano calzoni!

Saggi di Montaigne (versione integrale)

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Autobiografia di Malcom X

Il 21 febbraio 1965 viene assassinato durante un comizio ad Harlem Malcom X(1925-1965), leader politico afroamericano di fede islamica. Dalla celebre Autobiography pubblicata postuma (da cui è tratto il passo pubblicato di seguito) il regista americano Spike Lee ha realizzato nel 1992 il celebre film.

In questo documentario della RAI  la sua biografia viene messa a confronto con l’altro grande leader afroamericano del tempo Martin Luther King

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Autobiografia di Malcolm X

Quando mia madre era incinta di me, come mi disse in seguito, un gruppo di cavalieri incappucciati del Ku Klux Klan arrivò al galoppo, di notte, davanti alla nostra casa a Omaha nel Nebraska. Dopo aver circondato l’edificio essi urlarono a mio padre di uscire: erano tutti armati di fucili e carabine. Mia madre andò alla porta principale e l’aprì. Stando in piedi, in una posizione tale che potessero vedere che era incinta, disse loro che era sola con i suoi tre bambini e che mio padre era lontano a predicare a Milwaukee.
Gli uomini del Klan urlarono minacciosi ammonendola che avremmo fatto bene a lasciare la città perchè i “buoni cristiani bianchi” non erano disposti a sopportare che mio padre “facesse opera sediziosa” tra i “buoni” negri di Omaha con quelle idee di “tornare in Africa” predicate da Marcus Garvey. Mio padre, il reverendo Earl Little, era un pastore battista e uno zelante organizzatore dell’associazione di Marcus Aurelis Garvey, l’Unia (Associazione universale per il miglioramento dei negri).
Con l’aiuto dei discepoli come mio padre, Garvey, dal suo quartier generale di Harlem a New York, alzava la bandiera della purezza negra esortando le masse a tornare alla loro patria ancestrale in Africa causa questa che aveva fatto di lui il negro più amato e insieme più criticato di tutto il mondo.
Urlando ancora le loro minacce, gli uomini del Klan spronarono alla fine i cavalli e galoppando intorno alla casa mandarono in pezzi tutti i vetri delle finestre con le canne dei fucili. Poi si allontanarono nella notte con le torce accese, rapidi com’erano venuti.
Quando ritornò, mio padre andò su tutte le furie. Decise di aspettare che io nascessi — cosa che era imminente — e poi di trasferire altrove la famiglia. Non so bene perchè egli prese questa decisione: non era un negro che si lasciasse facilmente spaventare come allora erano quasi tutti e come molti sono ancora oggi. Mio padre era un uomo grosso, alto quasi un metro e novanta e aveva la pelle scurissima. Era orbo e io non ho mai saputo come avesse perduto l’occhio. Era nato a Reynolds nella Georgia, dove aveva frequentato la terza o forse la quarta elementare. Come Marcus Garvey, era convinto che i negri non potessero mai conquistarsi in America né la liberta né l’indipendenza né il rispetto di sé e che perciò dovessero lasciare l’America ai bianchi e ritornarsene in Africa alla loro terra di origine. Tra le ragioni per cui mio padre aveva deciso di correre tutti questi rischi e di dedicare la propria vita alla propagazione di questa filosofia tra la sua gente c’era il fatto che aveva visto quattro dei suoi fratelli morire di morte violenta: tre di essi erano stati uccisi dai bianchi, uno dei quali linciato.
Allora mio padre non poteva sapere che dei tre fratelli rimasti, lui compreso, solo uno, lo zio Jim, sarebbe morto nel suo letto per cause naturali. Più tardi, infatti, la polizia bianca del Nord avrebbe ucciso a revolverate mio zio Oscar e, infine, mio padre sarebbe morto per mano dell’uomo bianco. Ho sempre avuto la convinzione che anch’io morirò di morte violenta ed ho fatto tutto quanto era in mio potere per prepararmi a tale evenienza. […]
Mia madre Louise Little, che era nata a Grenada, nelle Indie occidentali britanniche, sembrava una donna bianca (suo padre era un bianco). Aveva capelli neri lisci e il suo accento non era quello di una negra. lo non so nulla di questo suo padre bianco all’infuori della vergogna che mia madre ne provava. Ricordo di averle sentito dire che era contenta di non averlo mai visto. Naturalmente è a causa di questo nonno bianco che io ho la pelle e i capelli di color bruno-rossiccio, “da marinaio”. Nella nostra famiglia ero il bambino di carnagione più chiara. (In seguito, a Boston e a New York, fui tra quei milioni di negri che erano tanto pazzi da considerare una carnagione chiara come una sorta di simbolo di status e da giudicare fortunato chi era nato così. Ma, sempre in seguito, imparai a odiare ogni goccia del sangue di quello stupratore bianco che è in me).
La nostra famiglia rimase solo per poco tempo a Milwaukee perché mio padre voleva trovare un posto con un pezzo di terra da coltivare e forse con possibilità di iniziare un qualche commercio. L’insegnamento di Marcus Garvey insisteva sulla necessità di rendersi indipendenti dall’uomo bianco.
Per qualche ragione che ignoro, subito dopo ci trasferimmo a Lansing, nel Michigan. Mio padre comprò una casa e immediatamente, com’era sua abitudine, si mise a fare il predicatore indipendente nelle locali chiese battiste negre, mentre durante la settimana andava in giro a diffondere il verbo di Marcus Garvey.
Aveva cominciato a mettere da parte dei risparmi per aprire il negozio che aveva sempre desiderato quando, come sempre accade, alcuni stupidi “zii Tom” del posto cominciarono a raccontare ai bianchi delle storie riguardo alle sue convinzioni rivoluzionarie.
Questa volta le minacce e le ingiunzioni ad andarsene vennero da un’associazione razzista del luogo chiamata la Legione nera, perché i suoi membri portavano mantelli neri invece di quelli bianchi del Ku Klux Klan. Ben presto, dovunque mio padre andava, i “legionari neri” lo definivano con disprezzo “un nigger di riguardo” perché voleva aprire un negozio, perché viveva fuori del distretto negro di Lansing e perché diffondeva agitazione e dissenso fra “i buoni niggers”.
Come a Omaha, mia madre rimase di nuovo incinta, questa volta della mia sorella più giovane. Nel 1929, subito dopo la nascita di Yvonne, venne la notte di incubo, che è il mio ricordo remoto più vivo.
Rammento benissimo di essere stato svegliato di soprassalto da uno spaventoso frastuono di revolverate e di urla, mentre da ogni parte si alzavano fumo e fiamme. Mio padre aveva gridato e sparato dietro ai due bianchi che avevano appiccato il fuoco alla casa e stavano scappando. Intorno tutto bruciava e noi ci aggrappavamo uno all’altro, inciampavamo l’uno sull’altro, ci spingevamo nel tentativo di fuggire. Mia madre, con la piccina in braccio, riuscì a malapena a uscire in giardino prima che la casa crollasse in mezzo a un nugolo di scintille. Ricordo che restammo fuori nella notte, in pigiama, piangendo e gridando fino a farci scoppiare i polmoni. Quando i poliziotti e i vigili del fuoco bianchi arrivarono, si disposero in circolo a guardare la casa che bruciava fino alle fondamenta.
Mio padre trovò alcuni amici che ci rivestirono e ci dettero alloggio temporaneamente e poi ci trasferì in un’altra casa alla periferia di East Lansing. A quell’epoca i negri non potevano entrare in città dopo il crepuscolo. Ora lì c’è l’Universita statale del Michigan e quando, nel gennaio del 1963, ci andai a fare una conferenza davanti a un pubblico di studenti, raccontai tutte queste cose. (Nella stessa occasione rividi dopo molto tempo il mio fratello minore Robert che stava facendo gli studi di perfezionamento in psicologia.)
Dissi agli studenti come a East Lansing ci perseguitarono al punto che dovemmo trasferirci ancora, questa volta due miglia fuori della città, in aperta campagna. Mio padre costruì per noi, con le sue proprie mani, una casa di quattro stanze e questa è la dimora in cui cominciai a crescere, il luogo in cui iniziano veramente i miei ricordi. […]
Mio padre era anche molto aggressivo nei confronti di tutti i figli, fatta eccezione per me. Quando i più grandi infrangevano qualcuna delle sue regole — e ne aveva tante che era difficile conoscerle tutte — li picchiava quasi selvaggiamente.
Quasi tutte le botte che presi io me le dette mia madre. Ho pensato molto al perché. In realtà credo che mio padre, violentemente antibianco com’era, fosse inconsciamente afflitto dal modo in cui i bianchi facevano ai negri il lavaggio del cervello da avere la tendenza a favorire quelli dalla pelle più chiara: e io ero appunto il figlio dalla pelle più chiara. A quei tempi, quasi istintivamente, la maggior parte dei genitori negri trattavano molto meglio i loro figli dalla pelle più chiara. Ciò derivava direttamente dalla tradizione della schiavitù secondo cui il “mulatto”, in quanto visibilmente più vicino al bianco, era appunto “migliore”.
Le altre due immagini che ho di mio padre sono fuori della nostra casa. Una riguarda la sua funzione di predicatore battista. Non fece mai il pastore in nessuna chiesa a lui assegnata fu sempre un “predicatore itinerante”. Ricordo soprattutto il suo sermone preferito. «Quel trenino nero sta arrivando… e voi fareste bene a preparare tutte le vostre cose!» Credo che queste parole alludessero al movimento per il ritorno in Africa, al “treno dei negri che tornano a casa” di Marcus Garvey.

Malcom X, Autobiografia di Malcom X, Einaudi, Torino 1967, pp.3-7.

il MORANDINI
di Laura, Luisa e Morando Morandini

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Dall’autobiografia di Malcolm X, redatta con la collaborazione di Alex Haley. Vita e morte dell’afroamericano Malcolm Little (Omaha, Nebraska, 1925 _ New York, 1965), ragazzo di strada soprannominato Detroit Red e Satan, convertito all’Islam col nome di Malcolm X dove la “X” sta al posto del cognome perduto nel tempo, ucciso il 21 febbraio 1965 da un commando di 5 sicari. La pista dei mandanti si biforca in 2 direzioni opposte: l’FBI da una parte e l’ala radicale della Nation of Islam dall’altra. Il film di Lee contiene 3 storie: un manifesto per i neri d’America, ossia un film a programma e di propaganda; una biografia agiografica in bilico tra il musical e il gangster movie; una parabola evangelica su un profeta e martire. A tenere insieme le tre componenti ci sono un attore (Washington con la voce di Francesco Pannofino) e la regia di un direttore d’orchestra che conosce bene la sua musica. Pur con il suo pittoresco stereotipato, i passaggi agiografici, le omissioni strumentali, i manierismi, le astuzie oratorie, è il ritratto di un principe.