2° e 3° articolo di Per la pace perpetua

Peace1Il diritto internazionale deve essere fondato su un federalismo di liberi

In questo famoso scritto il grande filosofo tedesco intende proporre sotto forma di un vero e proprio trattato di politica internazionale la possibilità di instaurare uno stadio nuovo della storia dell’umanità: quello della pace perpetua appunto. Kant prende le mosse dalle tesi del giusnaturalismo e del contrattualismo secondo cui lo stato nasce per salvaguardare la vita degli uomini che nello stato di natura sarebbe costantemente a rischio, dato che tutti possono esercitare la violenza contro tutti. Nello stato di diritto, invece, ognuno cede il proprio diritto alla forza al potere dello stato, il quale lo usa per garantire la vita e i beni di ognuno. In maniera analoga, anche se non identica, si potrebbe creare un organismo che leghi i singoli stati nazionali, senza però annullarli in un Super-stato, una “federazione di popoli” la definisce Kant, che assuma il controllo dell’uso della forza, esercitando una nuova forma di diritto capace di mettere in atto la fine di tutte le guerre.

————————————————————————————————————————–

I popoli, in quanto Stati, possono essere considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si ledono a vicenda già per il solo fatto della loro vicinanza e ognuno dei quali, per la propria sicurezza, può e deve esigere dall’altro di entrare con lui in una costituzione analoga alla civile, nella quale può venire garantito ad ognuno il proprio diritto.
Questa sarebbe una federazione di popoli, che non dovrebbe però essere uno Stato di popoli. In ciò vi sarebbe infatti una contraddizione, poiché ogni stato implica il rapporto di un superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il popolo), mentre molti popoli in uno Stato costituirebbero un sol popolo : il che contraddice il presupposto (poiché qui noi dobbiamo considerare il diritto dei popoli tra loro in quanto essi costituiscono altrettanti stati diversi e non devono confondersi in un solo ed unico Stato). (…)
Da ciò deriva la necessità di un’associazione di natura speciale, che si può chiamare lega della pace (foedus pacificum), distinta dal patto di pace (pactum pacis) in ciò che quest’ultimo si propone di porre termine semplicemente ad una guerra, quello invece a tutte le guerre e per sempre.
Questa lega non mira a procacciare potenza ad uno Stato, ma solo alla conservazione e alla sicurezza della libertà di uno Stato per sé e ad un tempo per gli altri Stati confederati, senza che a questi sia con ciò lecito sottomettersi (come gli individui nello stato di natura) a leggi pubbliche e ad una coazione reciproca.
E’ possibile descrivere l’attuabilità (realtà oggettiva) di questa idea federalistica che deve gradualmente estendersi a tutti gli Stati e portare così alla pace perpetua: se infatti la fortuna volesse che un popolo potente e illuminato possa costituirsi in repubblica (la quale per sua natura deve tendere alla pace perpetua), allora si avrebbe in ciò un nucleo dell’unione federativa per gli altri Stati, che sarebbero indotti ad associarsi ad essa, a garantire così lo stato di pace tra gli Stati, in conformità all’idea del diritto internazionale e ad estendersi sempre più mediante ulteriori unioni della stessa specie.

Secondo articolo definitivo per la pace perpetua
in Per la pace perpetua, in D. Archibugi, F. Voltaggio, Filosofi per la pace, 1991, Editori Riuniti, Roma, pp. 248-252.

Terzo articolo definitivo per la pace perpetua: “Il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni dell’universale ospitalità”.

Qui, come negli articoli precedenti, non si tratta di filantropia ma di diritto, e ospitalità significa quindi il diritto di uno straniero che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente. Può venirne allontanato, se ciò è possibile senza suo danno, ma fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, l’altro non deve agire ostilmente contro di lui.
Non si tratta di un diritto di ospitalità, cui lo straniero può fare appello (a ciò si richiederebbe un benevolo accordo particolare, col quale si accoglie per un certo tempo un estraneo in casa come coabitante), ma di un diritto di visita spettante a tutti gli uomini, quello cioè di offrirsi alla socievolezza in virtù del diritto al possesso comune della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra.
Tratti inabitabili di questa superficie, il mare e i deserti di sabbia, impongono separazioni a questa comunità umana, ma la nave e il cammello (la nave del deserto) rendono possibile che su questi territori di nessuno gli uomini reciprocamente si avvicinino e che il diritto sulla superficie, spettante in comune al genere umano, venga utilizzato per eventuali scambi commerciali. L’inospitalità degli abitanti delle coste (ad esempio dei Barbareschi) che si impadroniscono delle navi nei mari vicini o riducono i naufraghi in schiavitù, l’inospitalità degli abitanti del deserto (ad esempio dei beduini arabi) che si credono in diritto di depredare quelli che si avvicinano alle tribù nomadi è dunque contraria al diritto naturale.
Ma questo diritto di ospitalità, cioè questa facoltà degli stranieri sul territorio altrui, non si estende oltre le condizioni che si richiedono per rendere possibile un tentativo di rapporto con gli antichi abitanti. In questo modo parti del mondo lontane possono entrare reciprocamente in pacifici rapporti, e questi diventare col tempo formalmente giuridici ed infine avvicinare sempre più il genere umano ad una costituzione cosmopolitica.
Se si paragona con questo la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l’ingiustizia ch’essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri (il che è per essi sinonimo di conquistarli).
L’America, i paesi dei negri, le Isole delle spezie, il Capo di buona speranza ecc., all’atto della loro scoperta erano per loro terre di nessuno, non tenendo essi in nessun conto gli indigeni.
Nell’India orientale, con il pretesto di stabilire ipotetiche stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la rimanente serie dei mali, come li si voglia elencare, che affliggono il genere umano.
La Cina e il Giappone avendo fatto esperienza tali ospiti, hanno perciò saggiamente provveduto, la prima a permettere solo l’accesso, ma non l’ingresso agli stranieri, il secondo a permettere anche l’accesso ad un solo popolo europeo, agli olandesi, che però sono, quasi come prigionieri, esclusi da qualsiasi contatto con gli indigeni.
Il peggio (o il meglio, se si considera la cosa dal punto di vista di un giudice morale) è che tali Stati non traggono poi nemmeno vantaggio da queste violenze che tutte queste società commerciali sono sull’orlo della rovina, che le Isole dello zucchero sedi della schiavitù più crudele e raffinata, non danno alcun reddito reale ma lo danno solo indirettamente e per di più per uno scopo non molto lodevole poiché servono a fornire marinai per le flotte militari e quindi di bel nuovo a intraprendere guerre in Europa; e questo fanno gli Stati che ostentano una grande religiosità: e mentre commettono ingiustizie con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, vogliono farsi passare per nazioni elette in fatto di ortodossa osservanza del diritto.
Siccome ora in fatto di associazione (più o meno stretta o larga che sia) di popoli della terra si è progressivamente pervenuti a tal segno, che la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti, così l’idea di un diritto cosmopolitico non è una rappresentazione fantastica di menti esaltate, ma una necessaria integrazione del codice non scritto, così del diritto pubblico interno come del diritto internazionale, al fine di fondare un diritto pubblico in generale e quindi attuare la pace perpetua alla quale solo a questa condizione possiamo lusingarci di approssimarci continuamente.
in Per la pace perpetua, Ed. Riuniti, Roma 1985, pag. 16.

Quando gli inglesi spacciavano in Cina

di Carlo M. Cipolla

La storia ha radici lun­ghe. Nel 1492 Cristoforo Colombo scopri­va l’America. Nel 1840 navi inglesi bombardavano po­stazioni militari in Cina dando inizio alla breve ma infame guerra dell’oppio. Ad onta di ogni apparenza in contrario, tra i due even­ti esiste un collegamento diretto. Vediamo come.
Continua a leggere