Film sulla Resistenza: Roma città aperta

Stasera alle ore 21:15 su RAI STORIA canale 54

Dalla voce dell’Enciclopedia Treccani del Cinema

Roma citta aperta

Enciclopedia del Cinema (2004)

di Stefano Roncoroni

Roma città aperta

(Italia 1945, bianco e nero, 100m); regia: Roberto Rossellini; produzione: Aldo Venturini, Carla Politi per Excelsa; soggetto: Sergio Amidei, Alberto Consiglio, Ivo Perilli; sceneggiatura: Sergio Amidei, Federico Fellini, Alberto Consiglio, Ferruccio Disnan, Roberto Rossellini; fotografia: Ubaldo Arata; montaggio: Eraldo da Roma; scenografia: Rosario Megna; musica: Renzo Rossellini.

L’ingegner Giorgio Manfredi, un dirigente comunista della Resistenza ricercato dalla Gestapo, trova rifugio in casa di Francesco, un tipografo antifascista. Lo accoglie la fidanzata di Francesco, Pina, una popolana ragazza madre, reduce dall’assalto a un forno insieme ad altre donne. Manfredi le chiede di chiamare il parroco, don Pietro, e Pina manda il figlio Marcello, distogliendolo dalle attività cospirative con Romoletto, un ragazzo monco di una gamba. Don Pietro compie la missione affidatagli da Manfredi: ritirare nella tipografia clandestina de “l’Unità” una somma destinata a un gruppo partigiano e recapitarla a un altro intermediario. Don Pietro trova anche modo di dare ospitalità a un soldato austriaco disertore e di confessare Pina. Durante la notte i ragazzini della zona, comandati da Romoletto, eseguono un attentato allo scalo ferroviario all’insaputa dei genitori. La mattina dopo la Gestapo attua, con l’aiuto della polizia italiana, un rastrellamento; il condominio di Francesco è circondato e i suoi abitanti vengono radunati nel cortile e per la strada. Manfredi riesce a fuggire, ma Francesco viene catturato. Pina corre dietro al camion che sta portando via il suo uomo (si sarebbero sposati quel giorno) e viene uccisa a colpi di mitra. Appena fuori Roma, i partigiani guidati da Manfredi attaccano la colonna con i prigionieri e tutti vengono liberati. Manfredi e Francesco rientrano in città e accettano l’ospitalità di Marina, un’attrice di varietà con cui Manfredi ha una relazione, ignaro che la ragazza è una confidente della Gestapo. Ma quella sera Marina e Manfredi hanno un diverbio: lui, dopo aver trovato cocaina nell’appartamento, le rimprovera una vita priva di ideali e di moralità e tronca il rapporto. Il giorno seguente, dopo essere andati a ritirare i documenti falsi che don Pietro ha preparato, Manfredi, il disertore austriaco e il prete vengono arrestati dalla Gestapo e portati in via Tasso, in seguito alla denuncia di Marina. Manfredi è sottoposto a tortura sotto gli occhi di don Pietro, per far sì che almeno il sacerdote ceda; ma don Pietro si rifiuta di parlare e Manfredi muore. Anche don Pietro è condannato; il giorno della sua fucilazione, i ragazzi della parrocchia riusciranno a essere presenti per l’ultimo saluto.

Per gli storici, Roma fu ‘città aperta’ nei nove mesi in cui fu occupata dai nazisti e dichiarata ‘zona non di guerra’; ma poiché i nazisti non la considerarono mai tale, quel periodo è stato uno dei più tragici e oscuri della sua storia. Proprio durante quei mesi, un eterogeneo gruppo di intellettuali, politici e cineasti antifascisti (comunisti, cattolici, liberali) ebbe l’idea di documentare su pellicola quanto la città stava vivendo. All’inizio si pensò a un film a episodi, dal titolo Storie di ieri (un episodio era tratto da un soggetto di Alberto Consiglio su di un sacerdote, don Pietro Pappagallo, che aveva dato asilo a disertori e antifascisti munendoli di documenti falsi); in seguito la storia del prete fu intessuta a quelle di donne e ragazzini, resistenti e carnefici nazisti, borsari neri e disertori austriaci (si cominciò a pensare allora al titolo Città aperta).

Il film ebbe una vita difficile sin dall’ideazione, e ancor più travagliata durante la fase produttiva. D’altronde, non poteva accadere diversamente per un film realizzato mentre in Italia infuriava ancora la guerra (fu iniziato la notte tra il 17 e il 18 gennaio 1945): anche quando c’erano i soldi non si trovavano la pellicola e i mezzi tecnici, gli arredi e i costumi; mancavano la luce e i mezzi di trasporto; giornalmente ci si doveva confrontare con una realtà politica e sociale in continua evoluzione e con le pressioni degli Alleati e del governo Bonomi. Tutte queste vicissitudini favorirono la nascita della leggenda che si sviluppò attorno al film prima ancora che fosse finito, e la sua storia e la sua fortuna ne avrebbero risentito per molto tempo. Non fu infatti possibile inquadrare Roma città aperta per quello che era stato, una “reazione alla retorica di tanti anni, a una tradizionale ipocrisia; la sincerità e il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è” (L. Chiarini), fin quando non cominciarono a uscire i primi studi organici sul film, sul regista e, soprattutto, su quel periodo. Solo allora si poté affermare che “Roma città aperta riesce a trasmettere il senso, il significato, l’atmosfera, i sentimenti, i modi di essere degli uomini in maniera più diretta e più efficace di quanto abbia fatto finora la ricostruzione storica” (N. Tranfaglia).

Le riserve suscitate da Roma città aperta furono di natura politica prima che stilistica, perché nessuna delle molte anime che avevano contribuito alla nascita del film vi si vedeva rappresentata: i comunisti vi colsero la glorificazione della linea attesista, ai cattolici sembrò ambiguo e violento. Il pubblico invece capì che nel film si dava la giusta importanza alle contraddizioni che si erano create con l’occupazione nazista, tra il bisogno di salvarsi, l’orrore per la guerra e il tentativo di capire da quale parte stessero le ragioni migliori; e capì che quello che vedeva gli apparteneva molto più dei ragionamenti netti e delle discriminazioni ideologiche. La critica, tranne poche voci politicamente schierate, in genere apprezzò Roma città aperta e lo ha riconosciuto nel tempo uno dei capolavori incontrastati del cinema italiano. Al film non mancò neanche il successo commerciale: costato 11.000.000 di lire, arrivò a incassarne alla fine dello sfruttamento 124.500.000. Vinse la Palma d’oro al primo Festival di Cannes, nel 1946, e il Nastro d’argento, nello stesso anno, per il miglior film e per la migliore attrice non protagonista (Anna Magnani).

Interpreti e personaggi: Aldo Fabrizi (don Pietro Pellegrini), Anna Magnani (Pina), Marcello Pagliero (ingegner Giorgio Manfredi), Francesco Grandjacquet (Francesco), Maria Michi (Marina Mari), Giovanna Galletti (Ingrid), Vito Annichiarico (Marcello), Fernando Quintiliani (Otello), Anna Dotti (Andreina), Fernando Bruno (Agostino, il sagrestano), Amalia Pellegrini (Nannina), Carlo Sindici (questore di Roma), Harry Feist (maggiore Bergmann), Bruno Gebel (maresciallo Krammer), Angelo Agostini (Gino, direttore de “l’Unità” clandestina), Carla Rovere (Lauretta), Akos Tolnay (disertore austriaco), Alberto Tavazzi (sacerdote che assiste don Pietro durante la fucilazione), Edoardo Passarelli (brigadiere), Alberto Manni (Vincenzino il borsanera), Giacomo Cottone (Romoletto).

bibliografia

E. Flaiano, Città aperta, in “La domenica”, 30 settembre 1945, poi in Lettere d’amore al cinema, Milano 1978.

P. Bianchi, Roma città aperta, in “Oggi”, 6 novembre 1945, poi in L’occhio di vetro, Milano 1979.

G. Altman, Rome, ville ouverte, in “L’écran français”, n. 73, 19 novembre 1946.

J. Desternes, Poésie et réalité,in “La revue du cinéma”, n. 3, décembre 1946.

C. Cosulich, Così nacquero ‘Paisà’ e ‘Roma città aperta’, in “Cinema nuovo”, n. 57, 25 aprile 1955.

M. Walsh, Re-evaluating Rossellini, in “Jump Cut”, n. 15, July 1977.

J.-P. Fargier, La ville éternelle, in “Cahiers du cinéma”, n. 410, juillet-août 1988.

G. Rondolino, Roberto Rossellini, Torino 1989.

‘Roma città aperta’ di Roberto Rossellini, a cura di A. Aprà, Roma 1994.

Sceneggiatura: in Roberto Rossellini. La trilogia della guerra, a cura di S. Roncoroni, Bologna 1972.

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Film: Freud, passioni segrete (1962)

Freud, passioni segrete è un film del 1962, diretto dal regista statunitense John Huston.

Sono condensati gli avvenimenti di un quinquennio (1885-90) importante nella vita di Sigmund Freud con una duplice indagine: quella dei ricordi d’infanzia di Cecilia, ragazza isterica, e quella sui ricordi dello stesso Freud. Più che biografico, è il rapporto sull’avventura della mente. Opera più che decorosa, qua e là fascinosa, che naviga in difficoltà tra le secche dello sceneggiato didattico e gli scogli dell’aneddotica hollywoodiana. La sceneggiatura di Charles Kaufman e Wolfgang Reinhardt conserva alcune delle migliori idee di quella esorbitante (1100 pagine) che Jean-Paul Sartre aveva approntato per Huston. L’edizione originale, personalmente curata dal regista, durava 165 minuti, ridotti dalla Universal a 140. Altri 20 minuti furono tolti dall’edizione italiana che pertanto non è giudicabile. Altro titolo Freud-The Secret Passion.

il MORANDINI

 

Film sull’8 settembre: Tutti a casa

Film di Luigi Comencini con Alberto Sordi (Italia/Francia 1960, bianco e nero, 120m)

Dalla voce dell’Enciclopedia del Cinema  Treccani

In Veneto, durante la Seconda guerra mondiale, il sottotenente Innocenzi comanda il proprio reggimento dimostrandosi un ufficiale ligio al dovere. L’8 settembre 1943 viene inviato nei pressi della caserma per compiere un’esercitazione. Poco dopo la sua partenza la radio annuncia la firma dell’armistizio (segui questo link per ascoltarlo) decisa dal governo Badoglio, che pone fine allo stato di belligeranza dell’Italia contro gli Alleati. Al suo ritorno Innocenzi trova la caserma distrutta e abbandonata, e scopre con stupore che i tedeschi gli sparano contro.

I suoi superiori non sono in grado di fornirgli istruzioni precise. Egli cerca allora di raggiungere con la sua truppa un altro reggimento, ma i suoi uomini si danno alla fuga approfittando dell’oscurità di una galleria.

Con lui rimane soltanto il soldato Ceccarelli che, potendo beneficiare di un permesso di convalescenza, desidera ritornare a Napoli dai suoi familiari. Quando Innocenzi si rende conto che l’esercito italiano è completamente allo sbando, decide di fare come tutti gli altri: ritornare a casa propria. Si mette quindi in viaggio verso Roma, in compagnia di Ceccarelli e di altri due soldati. Alcuni contadini procurano loro abiti civili e, dopo varie avventure, Innocenzi e Ceccarelli riescono a raggiungere Roma.

Di fronte al rischio di essere costretti a unirsi all‘esercito fascista del Nord, i due uomini si danno nuovamente alla fuga e riescono a raggiungere Napoli, ma vengono arrestati dai tedeschi che li costringono a lavorare alla rimozione delle macerie (Todt) . Durante lo svolgimento del lavoro Innocenzi riesce a fuggire insieme a un gruppo di prigionieri. Grazie alla complicità di un sacerdote i fuggiaschi si nascondono nel campanile di una chiesa e da questo osservatorio assistono all’arrivo di un gruppo di partigiani che si scontra con i tedeschi. Innocenzi scorge allora Ceccarelli, disteso al sole dopo essere stato ferito durante un tentativo di fuga.

Senza esitare abbandona il proprio rifugio per soccorrerlo, ma poco dopo l’uomo muore tra le sue braccia. Innocenzi si unisce allora a un gruppo di partigiani, s’impadronisce di una mitragliatrice e inizia a sparare. È il 28 settembre: ha inizio l’insurrezione di Napoli.

I drammatici avvenimenti della Seconda guerra mondiale sono stati affrontati in numerosi film italiani. Pochi di essi, tuttavia, sono riusciti a rappresentare la complessità di quanto avvenne nell’estate del 1943, periodo di transizione che vide la caduta del fascismo e la nascita del regime di Salò nel Nord del Paese, mentre i tedeschi occupavano Roma e il re con il governo presieduto da Badoglio fuggiva a Brindisi. Due film fecero da battistrada in questo senso: Estate violenta (1959) di Valerio Zurlini e Tutti a casa di Luigi Comencini.

locandina tutti a casa

Nella prefazione alla sceneggiatura del suo film Comencini scrive: “Tutti a casa non è un film di guerra. È un viaggio attraverso l’Italia in guerra compiuto da quattro uomini allo sbando (quattro ‘stupidi’ senza soldi) che vogliono ritornare a casa. Sordi non è un vigliacco, ma un ufficiale che tiene immensamente al proprio grado e che fino alla fine cerca di compiere quello che ritiene il proprio dovere. L’unico problema è che, senza saperlo, non ha capito nulla”. Nel suo tentativo di immergersi nella storia recente del Paese, Comencini non scelse certo la strada più facile: nell’Italia del 1943 la confusione era enorme dopo la destituzione di Mussolini e la scissione dell’Italia in fazioni opposte e in territori dallo statuto precario. L’Italia divenne teatro di una guerra civile tra fascisti e antifascisti e luogo di scontro tra gli occupanti tedeschi e gli Alleati appena sbarcati. La popolazione, scossa in tutti sensi, faceva fatica a seguire il corso degli eventi e ad adottare un comportamento razionale. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio, l’Italia mutò schieramento e cadde in preda alla peggiore confusione: i tedeschi, fino a quel momento alleati, diventavano improvvisamente nemici. I soldati, in mancanza di istruzioni precise, non sapevano cosa fare; un’unica idea pervadeva le loro menti: ritornare a casa.

Innocenzi incarna l’ufficiale di riserva improvvisamente costretto a prendere decisioni di sua iniziativa, mentre fino a quel momento il fascismo gli aveva insegnato soprattutto a obbedire senza porsi domande. Di fronte alle proprie responsabilità egli scopre la necessità di agire. Partendo dunque dal drammatico tema del “passaggio dalla guerra subita alla guerra popolare” ‒ secondo le parole di Comencini ‒ il regista costruisce un film che gioca costantemente sui cambiamenti di tono, oscillando tra il dramma e la farsa. Ma non si tratta di un artificio formale, visto che gli improvvisi mutamenti di registro restituiscono in modo del tutto adeguato gli aspetti grotteschi o ridicoli presenti anche nelle situazioni più dolorose. Per esprimere in modo emblematico la visione di un popolo che deve imparare di nuovo a vivere, Comencini inventa un personaggio al quale Alberto Sordi presta il proprio eccezionale talento di ‘povero diavolo’ costantemente superato dagli avvenimenti: lo sguardo smarrito dell’attore, dell’uomo abituato dal regime politico a rinchiudersi nel proprio guscio, è attraversato dall’entusiasmo, dall’esitazione, dallo stupore e infine da una reazione coraggiosa. Nel farsi carico di una presa di coscienza che in un primo momento è soltanto una reazione affettiva priva di basi ideologiche, il personaggio di Sordi raggiunge la dimensione di un archetipo umano.

Interpreti e personaggi: Alberto Sordi (sottotenente Alberto Innocenzi), Serge Reggiani (geniere Assunto Ceccarelli), Martin Balsam (sergente Fornaciari), Nino Castelnuovo (artigliere Codegato), Eduardo De Filippo (padre di Innocenzi), Carla Gravina (Silvia Modena), Claudio Gora (colonnello), Mino Doro (maggiore Nocella), Mario Feliciani (capitano Passerin), Silla Bettini (tenente Di Fazio), Didi Perego (Caterina Brisigoni), Mac Ronay (Evaristo Brisigoni), Alex Nicol (prigioniero americano), Jole Mauro (Teresa Fornaciari), Vincenzo Musolino, Mario Frera (fascisti), Ciccio Barbi (cuciniere), Guido Celano (fascista che arresta Fornaciari), Carlo D’Angelo (ufficiale coi partigiani a Napoli).

bibliografia

F. Sacchi, Tutti a casa, in “Epoca”, n. 528, novembre 1960.

M. Morandini, Tutti a casa, in “Schermi”, n. 28, dicembre 1960.

E.G. Laura, Tutti a casa, in “Bianco e nero”, n. 1, gennaio 1961.

G. Fink, ‘Tutti a casa’, ‘Il carro armato dell’8 settembre’, in “Cinema nuovo”, n. 150, aprile 1961.

P. Billard, Tutti a casa, in “Cinéma 61” n. 58, juillet 1961.

J.A. Gili, Luigi Comencini, Roma 2003.

Sceneggiatura: in Tutti a casa, a cura di A. Bevilacqua, Caltanissetta-Roma 1960.

Wittgenstein – film di Derek Jarman

La vita del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, dalla nascita a Vienna nel 1889 alla morte a Cambridge nel 1951. Un film biografico che non assomiglia a nessun altro. Finanziato dal British Film Institute e commissionato da Channel Four come programma TV, fu girato con 300000 sterline in 12 giorni interamente in teatro di posa, in forma di stage movie, cioè su un palcoscenico di fondo nero dove _ su una sceneggiatura firmata anche da Terry Eagleton e Ken Butler _ davanti a una cinepresa quasi sempre ferma sfilano familiari e personaggi celebri (Bertrand Russell, Maynard Keynes), dialoghi, brevi azioni, un piccolo extraterrestre (Mr. Green) incaricato dai superiori di indagare sulla personalità del filosofo. “La filosofia del viennese è nella forma del film” (S. Danese). Un film brechtiano, a modo suo, in cui convivono in miracoloso equilibrio la profondità dei concetti, la leggerezza dell’esposizione e la mancanza di prosopopea. “Mi sarebbe piaciuto scrivere un libro di filosofia fatto solo di scherzi, ma non ho humour”, dice Wittgenstein sul letto di morte. Ci ha pensato Jarman (1942-94).

il MORANDINI

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12 marzo 1930 Inizia la Marcia del sale

12 marzo 1930 – In risposta alla tassa inglese sul sale, che colpisce pesantemente gli strati sociali più poveri dell’India, Gandhi organizza e guida quella che resterà nella storia come “la marcia del sale”, episodio emblematico della crociata nonviolenta portata avanti dal Mahatma. La marcia durata 24 giorni copre a piedi una distanza di 200 miglia e porta la protesta pacifica direttamente nelle saline, presidiate dalla polizia inglese. Partono in 78; arrivano in diverse migliaia. Quando all’esercito giunge l’ordine di sparare sulla folla, gli ufficiali si rifiutano. La “marcia del sale” si concluderà con l’arresto di più di 60.000 persone, tra cui Gandhi, condannato a 6 anni, e moltissimi membri del Congresso, ma l’opinione pubblica prenderà nettamente posizione a favore degli indiani.

Per approfondire la figura di Gandhi, oltre a questo breve profilo biografico, è possibile vedere il famoso film del 1982 (Diogene ha realizzato una scheda didattica del film che mette in luce gli aspetti filosofici del pensiero del Mahatma)

il MORANDINI
di Laura, Luisa e Morando Morandini

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Vita, attività politica e morte di Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948): studi a Londra, apprendistato in Sudafrica, attività politica, digiuni di protesta, morte violenta per mano di un bramino e solenni funerali. Nell’impersonare il grande apostolo dell’indipendenza dell’India e della non violenza, Kingsley è straordinario. Appartenente alla categoria dei colossi con un’idea, il film è coinvolgente, convincente, un po’ didattico. 8 premi Oscar: film, regia, Kingsley, sceneggiatura (John Briley), fotografia, costumi, scenografie, montaggio.

FILM: Vincere

Il film di Marco Bellocchio è basato sulla storia di Ida Dalsèr, donna trentina che dopo aver sposato e dato un figlio a Mussolini venne lasciata, rinnegata e chiusa in manicomio. La triste vicenda personale  di Ida e del figlio Benito Albino (anch’egli internato) è un’occasione per analizzare il periodo storico dell’avvento del fascismo,  la manipolazione della verità durante il regime ma anche le condizioni dei manicomi (San Servolo a Venezia) prima della riforma Basaglia.

 

FILM: La marcia su Roma di Dino Risi (1962) e il programma di San Sepolcro

Film di Dino Risi realizzato nel 1962 a quarant’anni dalla marcia su Roma (28 ottobre 1922).

I due scanzonati protagonisti di questa commedia all’italiana (Gassman e Tognazzi) sono reduci della Prima guerra mondiale che aderiscono al fascismo. Progressivamente vedranno nei fatti cancellare i punti salienti del programma di San Sepolcro presentato per la prima volta da Mussolini nell’adunata del 23 marzo 1919.

« I. L’adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d’Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del Mondo, ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex prigionieri che compirono il loro dovere, e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d’ordine materiale e morale che saran propugnate dalle associazioni dei combattenti

II. L’adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni e presuppone l’integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia III. L’adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti »

(Dal “Il Popolo d’Italia” del 24 marzo 1919)

Il Manifesto

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Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo. Per il problema politico noi vogliamo:

  • a) suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
  • b) Il minimo di età per gli elettori abbassato a 18 anni; quello per i deputati abbassato a 25 anni.
  • c) L’abolizione del Senato.
  • d) La convocazione di una assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
  • e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.
  • f) L’elezione popolare di una magistratura indipendente dal potere esecutivo.

PER IL PROBLEMA SOCIALE, NOI VOGLIAMO:

  • a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
  • b) Minimi di paga.
  • c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria
  • d) L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici.
  • e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
  • f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.

PER IL PROBLEMA MILITARE, NOI VOGLIAMO:

  • a) L’istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione a compito esclusivamente difensivo e il disarmo generale.
  • b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
  • c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.

PER IL PROBLEMA FINANZIARIO, NOI VOGLIAMO:

  • a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
  • b) Il sequestro (confisca) di tutti i beni delle congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.
  • c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’85% per cento dei profitti di guerra.
  • d) La gestione cooperativa della produzione agricola e la concessione della terra ai contadini.

«II popolo d’Italia», 6 giugno 1919

RECENSIONE
il MORANDINI
di Laura, Luisa e Morando Morandini

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Reduce dalla guerra 1914-18 incontra in Emilia un commilitone, senza lavoro come lui, e con lui si aggrega agli squadristi in camicia nera, ma nell’ottobre del ’22 la loro marcia su Roma è piuttosto anomala. Commedia al vetriolo che canzona con spirito mordace e aguzzi risvolti satirici il fascismo squadrista delle origini. Il duetto tra finto-spaccone e finto-tonto Gassman-Tognazzi fa faville.

La leggenda del Piave

La Leggenda del Piave fu scritta dal maestro Ermete
Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario) ispirandosi ai fatti storici che risalgono al giugno del 1918 (battaglia del Solstizio).
Tipica espressione della propaganda di guerra, favorì il morale delle truppe al fronte, tanto che il generale Diaz inviò a Gaeta questo telegramma: «Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!». Nel dopoguerra servì ad idealizzare la Grande Guerra e farne dimenticare atrocità e lutti (uso pubblico della storia).

La data del 24 maggio, rifetita all’entrata in guerra dell’Italia, è presente nei primi versi della canzone. Sul valore e la retorica del 24 maggio puoi ascoltare la brevissima intervista al sociologo Giuseppe De Rita:

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/il-piave-e-lidentit%C3%A0-italiana/13085/default.aspx

E’ possibile suddividere il testo in quattro parti in base ai specifici momenti trattati:

  1. La marcia dei soldati verso il fronte che avvenne nella notte tra il 23 e il 24 maggio (da ricordare:  tecnicamente fu l’Italia ad aggredire l’Impero asburgico!)
  2. La ritirata di Caporetto
  3. La difesa del fronte sulle sponde del Piave
  4. L’attacco finale e la conseguente vittoria

La Leggenda del Piave

Il Piave mormorava,
calmo e placido, al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava
per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera…

Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andare avanti!

S’udiva intanto dalle amate sponde,
sommesso e lieve il tripudiar dell’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero,
il Piave mormorò:
«Non passa lo straniero!»

Ma in una notte trista
si parlò di un fosco evento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento…
Ahi, quanta gente ha vista
venir giù, lasciare il tetto,
poi che il nemico irruppe a Caporetto!

Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti!

S’udiva allor, dalle violate sponde,
sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo, in quell’autunno nero,
il Piave mormorò:
«Ritorna lo straniero!»

E ritornò il nemico;
per l’orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame…
Vedeva il piano aprico,
di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora…

«No!», disse il Piave. «No!», dissero i fanti,
«Mai più il nemico faccia un passo avanti!»

Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combatteron l’onde…
Rosso di sangue del nemico altero,
il Piave comandò:
«Indietro va’, straniero!»

Indietreggiò il nemico
fino a Trieste, fino a Trento…
E la vittoria sciolse le ali al vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti

Infranse, alfin, l’italico valore
le forche e l’armi dell’Impiccatore!

Sicure l’Alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron l’onde…
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò
né oppressi, né stranieri!

Un celebre uso retorico della canzone nel dopoguerra è presentato nella parodia dei personaggi di Guareschi (da cui sono state tratte le popolarissime trasposizioni cinematografiche). La scena è tratta dal film  Don Camillo e l’onorevole Peppone (terzo delle serie) del 1955 e risente chiaramete del clima della Guerra fredda.

Per approfondire

M. ISNENGHI, La guerra degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Mondadori, Milano 1989.

S. PIVATO, La storia leggera . L’uso pubblico della storia nella canzone italiana , Il Mulino, Bologna 2002.

Autobiografia di Malcom X

Il 21 febbraio 1965 viene assassinato durante un comizio ad Harlem Malcom X(1925-1965), leader politico afroamericano di fede islamica. Dalla celebre Autobiography pubblicata postuma (da cui è tratto il passo pubblicato di seguito) il regista americano Spike Lee ha realizzato nel 1992 il celebre film.

In questo documentario della RAI  la sua biografia viene messa a confronto con l’altro grande leader afroamericano del tempo Martin Luther King

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Autobiografia di Malcolm X

Quando mia madre era incinta di me, come mi disse in seguito, un gruppo di cavalieri incappucciati del Ku Klux Klan arrivò al galoppo, di notte, davanti alla nostra casa a Omaha nel Nebraska. Dopo aver circondato l’edificio essi urlarono a mio padre di uscire: erano tutti armati di fucili e carabine. Mia madre andò alla porta principale e l’aprì. Stando in piedi, in una posizione tale che potessero vedere che era incinta, disse loro che era sola con i suoi tre bambini e che mio padre era lontano a predicare a Milwaukee.
Gli uomini del Klan urlarono minacciosi ammonendola che avremmo fatto bene a lasciare la città perchè i “buoni cristiani bianchi” non erano disposti a sopportare che mio padre “facesse opera sediziosa” tra i “buoni” negri di Omaha con quelle idee di “tornare in Africa” predicate da Marcus Garvey. Mio padre, il reverendo Earl Little, era un pastore battista e uno zelante organizzatore dell’associazione di Marcus Aurelis Garvey, l’Unia (Associazione universale per il miglioramento dei negri).
Con l’aiuto dei discepoli come mio padre, Garvey, dal suo quartier generale di Harlem a New York, alzava la bandiera della purezza negra esortando le masse a tornare alla loro patria ancestrale in Africa causa questa che aveva fatto di lui il negro più amato e insieme più criticato di tutto il mondo.
Urlando ancora le loro minacce, gli uomini del Klan spronarono alla fine i cavalli e galoppando intorno alla casa mandarono in pezzi tutti i vetri delle finestre con le canne dei fucili. Poi si allontanarono nella notte con le torce accese, rapidi com’erano venuti.
Quando ritornò, mio padre andò su tutte le furie. Decise di aspettare che io nascessi — cosa che era imminente — e poi di trasferire altrove la famiglia. Non so bene perchè egli prese questa decisione: non era un negro che si lasciasse facilmente spaventare come allora erano quasi tutti e come molti sono ancora oggi. Mio padre era un uomo grosso, alto quasi un metro e novanta e aveva la pelle scurissima. Era orbo e io non ho mai saputo come avesse perduto l’occhio. Era nato a Reynolds nella Georgia, dove aveva frequentato la terza o forse la quarta elementare. Come Marcus Garvey, era convinto che i negri non potessero mai conquistarsi in America né la liberta né l’indipendenza né il rispetto di sé e che perciò dovessero lasciare l’America ai bianchi e ritornarsene in Africa alla loro terra di origine. Tra le ragioni per cui mio padre aveva deciso di correre tutti questi rischi e di dedicare la propria vita alla propagazione di questa filosofia tra la sua gente c’era il fatto che aveva visto quattro dei suoi fratelli morire di morte violenta: tre di essi erano stati uccisi dai bianchi, uno dei quali linciato.
Allora mio padre non poteva sapere che dei tre fratelli rimasti, lui compreso, solo uno, lo zio Jim, sarebbe morto nel suo letto per cause naturali. Più tardi, infatti, la polizia bianca del Nord avrebbe ucciso a revolverate mio zio Oscar e, infine, mio padre sarebbe morto per mano dell’uomo bianco. Ho sempre avuto la convinzione che anch’io morirò di morte violenta ed ho fatto tutto quanto era in mio potere per prepararmi a tale evenienza. […]
Mia madre Louise Little, che era nata a Grenada, nelle Indie occidentali britanniche, sembrava una donna bianca (suo padre era un bianco). Aveva capelli neri lisci e il suo accento non era quello di una negra. lo non so nulla di questo suo padre bianco all’infuori della vergogna che mia madre ne provava. Ricordo di averle sentito dire che era contenta di non averlo mai visto. Naturalmente è a causa di questo nonno bianco che io ho la pelle e i capelli di color bruno-rossiccio, “da marinaio”. Nella nostra famiglia ero il bambino di carnagione più chiara. (In seguito, a Boston e a New York, fui tra quei milioni di negri che erano tanto pazzi da considerare una carnagione chiara come una sorta di simbolo di status e da giudicare fortunato chi era nato così. Ma, sempre in seguito, imparai a odiare ogni goccia del sangue di quello stupratore bianco che è in me).
La nostra famiglia rimase solo per poco tempo a Milwaukee perché mio padre voleva trovare un posto con un pezzo di terra da coltivare e forse con possibilità di iniziare un qualche commercio. L’insegnamento di Marcus Garvey insisteva sulla necessità di rendersi indipendenti dall’uomo bianco.
Per qualche ragione che ignoro, subito dopo ci trasferimmo a Lansing, nel Michigan. Mio padre comprò una casa e immediatamente, com’era sua abitudine, si mise a fare il predicatore indipendente nelle locali chiese battiste negre, mentre durante la settimana andava in giro a diffondere il verbo di Marcus Garvey.
Aveva cominciato a mettere da parte dei risparmi per aprire il negozio che aveva sempre desiderato quando, come sempre accade, alcuni stupidi “zii Tom” del posto cominciarono a raccontare ai bianchi delle storie riguardo alle sue convinzioni rivoluzionarie.
Questa volta le minacce e le ingiunzioni ad andarsene vennero da un’associazione razzista del luogo chiamata la Legione nera, perché i suoi membri portavano mantelli neri invece di quelli bianchi del Ku Klux Klan. Ben presto, dovunque mio padre andava, i “legionari neri” lo definivano con disprezzo “un nigger di riguardo” perché voleva aprire un negozio, perché viveva fuori del distretto negro di Lansing e perché diffondeva agitazione e dissenso fra “i buoni niggers”.
Come a Omaha, mia madre rimase di nuovo incinta, questa volta della mia sorella più giovane. Nel 1929, subito dopo la nascita di Yvonne, venne la notte di incubo, che è il mio ricordo remoto più vivo.
Rammento benissimo di essere stato svegliato di soprassalto da uno spaventoso frastuono di revolverate e di urla, mentre da ogni parte si alzavano fumo e fiamme. Mio padre aveva gridato e sparato dietro ai due bianchi che avevano appiccato il fuoco alla casa e stavano scappando. Intorno tutto bruciava e noi ci aggrappavamo uno all’altro, inciampavamo l’uno sull’altro, ci spingevamo nel tentativo di fuggire. Mia madre, con la piccina in braccio, riuscì a malapena a uscire in giardino prima che la casa crollasse in mezzo a un nugolo di scintille. Ricordo che restammo fuori nella notte, in pigiama, piangendo e gridando fino a farci scoppiare i polmoni. Quando i poliziotti e i vigili del fuoco bianchi arrivarono, si disposero in circolo a guardare la casa che bruciava fino alle fondamenta.
Mio padre trovò alcuni amici che ci rivestirono e ci dettero alloggio temporaneamente e poi ci trasferì in un’altra casa alla periferia di East Lansing. A quell’epoca i negri non potevano entrare in città dopo il crepuscolo. Ora lì c’è l’Universita statale del Michigan e quando, nel gennaio del 1963, ci andai a fare una conferenza davanti a un pubblico di studenti, raccontai tutte queste cose. (Nella stessa occasione rividi dopo molto tempo il mio fratello minore Robert che stava facendo gli studi di perfezionamento in psicologia.)
Dissi agli studenti come a East Lansing ci perseguitarono al punto che dovemmo trasferirci ancora, questa volta due miglia fuori della città, in aperta campagna. Mio padre costruì per noi, con le sue proprie mani, una casa di quattro stanze e questa è la dimora in cui cominciai a crescere, il luogo in cui iniziano veramente i miei ricordi. […]
Mio padre era anche molto aggressivo nei confronti di tutti i figli, fatta eccezione per me. Quando i più grandi infrangevano qualcuna delle sue regole — e ne aveva tante che era difficile conoscerle tutte — li picchiava quasi selvaggiamente.
Quasi tutte le botte che presi io me le dette mia madre. Ho pensato molto al perché. In realtà credo che mio padre, violentemente antibianco com’era, fosse inconsciamente afflitto dal modo in cui i bianchi facevano ai negri il lavaggio del cervello da avere la tendenza a favorire quelli dalla pelle più chiara: e io ero appunto il figlio dalla pelle più chiara. A quei tempi, quasi istintivamente, la maggior parte dei genitori negri trattavano molto meglio i loro figli dalla pelle più chiara. Ciò derivava direttamente dalla tradizione della schiavitù secondo cui il “mulatto”, in quanto visibilmente più vicino al bianco, era appunto “migliore”.
Le altre due immagini che ho di mio padre sono fuori della nostra casa. Una riguarda la sua funzione di predicatore battista. Non fece mai il pastore in nessuna chiesa a lui assegnata fu sempre un “predicatore itinerante”. Ricordo soprattutto il suo sermone preferito. «Quel trenino nero sta arrivando… e voi fareste bene a preparare tutte le vostre cose!» Credo che queste parole alludessero al movimento per il ritorno in Africa, al “treno dei negri che tornano a casa” di Marcus Garvey.

Malcom X, Autobiografia di Malcom X, Einaudi, Torino 1967, pp.3-7.

il MORANDINI
di Laura, Luisa e Morando Morandini

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Dall’autobiografia di Malcolm X, redatta con la collaborazione di Alex Haley. Vita e morte dell’afroamericano Malcolm Little (Omaha, Nebraska, 1925 _ New York, 1965), ragazzo di strada soprannominato Detroit Red e Satan, convertito all’Islam col nome di Malcolm X dove la “X” sta al posto del cognome perduto nel tempo, ucciso il 21 febbraio 1965 da un commando di 5 sicari. La pista dei mandanti si biforca in 2 direzioni opposte: l’FBI da una parte e l’ala radicale della Nation of Islam dall’altra. Il film di Lee contiene 3 storie: un manifesto per i neri d’America, ossia un film a programma e di propaganda; una biografia agiografica in bilico tra il musical e il gangster movie; una parabola evangelica su un profeta e martire. A tenere insieme le tre componenti ci sono un attore (Washington con la voce di Francesco Pannofino) e la regia di un direttore d’orchestra che conosce bene la sua musica. Pur con il suo pittoresco stereotipato, i passaggi agiografici, le omissioni strumentali, i manierismi, le astuzie oratorie, è il ritratto di un principe.

Un anno sull’Altipiano/Uomini contro

Un anno sull’Altipiano, tesimonianza diretta dell’esperienza di guerra del capitano Emilio Lussu,  è ancora oggi una delle maggiori opere che la nostra letteratura abbia espresso
sulla Grande guerra (1915-1918). «Tra i libri sulla Prima guerra mondiale Un anno sull’Altipiano è, per me, il più bello». Così si esprime Mario Rigoni Stern (1921-2008), autore del Sergente nella neve (altro capolavoro della letteratura italiana) originario dell’altipiano di Asiago (Vicenza), dove si sono svolte le operazioni militari al centro di questa narrazione.

Il testo integrale è consultabile seguendo questo link

Dal libro Francesco Rosi ha realizzato nel 1970 il film di denuncia Uomini contro che certamente non riesce a trasmettere l’umanità espressa nelle memorie di Lussu fornendone quindi una visione parziale e priva di ironia anche se molto efficace nel descrivere l’assurdità della guerra.

Ecco alcune scene memorabili: