Una fede germanica: Lagarde e Langbehn (George L. Mosse)

Questo brano è tratto dalla celebre opera dello storico statunitense di origini tedesche George L. Mosse (1918-1999), Le origini culturali del Terzo Reich, pubblicata nel 1964. Indagando le radici ideologiche del nazionalsocialismo, Mosse analizza l’ideologia nazionalpopolare che alimentò un nazionalismo aggressivo nella borghesia tedesca della fine del XIX secolo. In particolare, nel brano viene ricostruita la definizione del concetto di Völk, un cardine di questa ideologia. Infatti, il termine Völk non indica né il solo popolo, né la nazione, bensì un’entità dal carattere trascendente e spirituale.
Mettendo assieme suggestioni religiose e neopagane, razzismo e influenze derivanti dall’adorazione delle antica mitologia germanica, autori come P. de Lagarde e soprattutto L. Langbehn costruirono una concezione quasi religiosa della superiorità del
Völk tedesco, in virtù della sua intima unione con le forze spirituali. Questa fede non solo riconobbe un carattere unico ed originario al popolo tedesco, ma si nutrì di idee razziste, dirette contro coloro, come gli ebrei, che venivano individuati quali caparbi negatori della superiorità e della forza della Germania.

A caratterizzare il contributo di Langbehn allo sviluppo del pensiero nazional-patriottico e religioso-germanico, è la mancanza di una dimensione storica […]. Anch’egli era preoccupato dell’incompletezza dell’unità tedesca e del soffocamento della genuina espressione del Völk a opera di prevalenti istituzioni politiche e sociali; condizione alla quale si poteva, a suo giudizio, porre rimedio a patto che i tedeschi si trasformassero in artisti, che possedessero una sensibilità e una creatività grazie alla quale plasmare il proprio carattere individuale in armonia con le forme della natura e del paesaggio. Gli «artisti» in questione sarebbero stati creati unicamente perché avrebbero capito la vera natura del Völk, imbevendosi così di una «energia originaria», vale a dire dello spirito vitale che dal cosmo discendeva all’uomo e ne veniva assimilato attraverso il veicolo dei Völk. Langbehn si spinse ancora più in là nel rifiutare la supremazia della ragione nell’uomo, e quindi lo spirito vitale da lui invocato non poteva che essere una forza propriamente mistica, irrazionale. Anche Lagarde, naturalmente, aveva rifiutato il dogmatismo e la sua religione germanica era stata avviata lungo una casuale rotta panteistica; ma, a paragone del misticismo langbehniano, le sue affermazioni erano riferibili a uno schema referenziale storico e apparivano imbevute di erudita pedanteria, laddove nel più giovane lo spirito vitale diveniva un’entità meramente mistica ed emozionale. Elevando il proprio misticismo a religione germanica, Langbehn trascendeva la teologia lagardiana e istituiva un solido nesso tra le sue idee e l’occultismo allora di moda; un occultismo specificamente ottocentesco, una teosofia, che condivideva la concezione nazional-patriottica dello spirito vitale. I teosofi verso i quali Langbehn propendeva consideravano la natura come alcunché di eternamente apportato da un misterioso, onnipresente etere vitale; ritenevano che il mondo extrasensoriale fosse quello vero e che i suoi misteri potessero venire svelati soltanto mediante la «vera scienza», la teosofia appunto. Madame Blavatsky, che divenne la rappresentante più in vista di questa teoria, definiva la teosofia una rivelazione della realtà a opera di «voci» incorporee che risuonavano dall’aldilà; pur accettando il primato del mondo extrasensoriale, Langbehn tuttavia espressamente rifiutava, tacciandolo di superstizione, l’occultismo della Blavatsky, e affermava di non poter ammettere l’effettiva esistenza dei fantasmi […]. È interessante constatare che Langbehn, oltre a rifiutare l’idea dell’esistenza di entità incorporee, respingeva anche la concezione cristocentrica, ciò che rifletteva un’altra tendenza dell’ideologia nazional-patriottica, quella di sostituire alla persona e alla funzione del Cristo l’idea del Völk. Nella teologia langbehniana, riecheggiata da altre religioni germaniche, tra Völk e il Dio dell’universo esiste un rapporto diretto. Quest’aberrazione dell’ortodossia cristiana era facilitata, non va dimenticato, dalla vasta popolarità di cui già godevano il panteismo e i vari culti spiritici proclamanti il primato di un Creatore la cui esistenza includeva quella del Cristo. Ma in tutte le metamorfosi di queste superstizioni occultistiche a opera di Langbehn e dei suoi seguaci, v’era un elemento comune, la concezione cioè della religione germanica come mistica unione di individuo, Völk e cosmo. […] Le idee razziali avevano parte più ampia nella teologia langbehniana che in quella lagardiana. Razza e vitalità della natura erano considerate equivalenti e a sostegno di questa concezione. Ne conseguiva che, essendo natura e razza identiche, lo spirito vitale germanico non poteva che avere carattere razziale; e tutte le virtù nazional-patriottiche, le fisiche come le spirituali, erano considerate, infatti, eterni doni naturali trasmessi per via ereditaria, col sangue. La razza era una forza permeante e decisiva. L’aspetto esteriore del Völk, quale trovava espressione nel fisico e nelle manifestazioni spirituali, secondo Langbehn recava l’impronta delle qualità interiori, il marchio dell’anima. E i lettori di Langbehn erano invitati a credere che la fisiognomica fosse un valido capitolo della ricerca storica. Veniva così esclusa la possibilità che, essendo soltanto le differenze culturali a impedire l’integrazione nel Völk, chiunque vivesse in Germania, ebrei compresi, potesse divenire un vero tedesco. L’antisemitismo di Lagarde, essenzialmente non razzistico, veniva dunque accantonato, e l’accentuazione dell’incompatibilità razziale diveniva componente indelebile dell’ideologia nazional-patriottica […]. Incarnazione del materialismo e del modernismo, l’ebreo inevitabilmente contraddiceva al carattere interiore della nazione tedesca, cosa perfettamente comprensibile, dal momento che gli ebrei erano rimasti isolati dal flusso vitale della vita spirituale e le loro anime si erano pietrificate. Poiché, quindi, mancavano di un’anima e non erano in grado di ristabilire il contatto con la forza vitale, era impossibile che possedessero virtù fondamentali come l’onestà e la lealtà, inscindibili dalla «genuina» forza della natura di cui soltanto la razza germanica era ancora portatrice ed esempio. Gli ebrei non erano che gli aspiranti oppressori e gli eterni nemici dei tedeschi […]. Con le loro opere, Langbehn e Lagarde istituirono la cornice sistematica, entro la quale poterono svilupparsi le future idee nazional-patriottiche; essi si erano resi conto che la Germania andava incontro a rapidi mutamenti in tutte le sfere dell’esistenza, sociale e politica, culturale ed economica; i due profeti del Völk fecero di quello che in effetti era il travaglio della modernità, una crisi ideologica. Accettarono l’impeto romantico e le sue premesse: il primato delle emozioni, ritenute la vera espressione della personalità dell’uomo; ne discendeva, come corollario, l’affermazione che questa natura interiore, spirituale dell’uomo, opportunamente circoscritta al Völk, poteva trasformare il deprecabile mondo della realtà contemporanea. La realtà effettiva era, insomma, respinta e relegata sullo sfondo: non lo stato, bensì il Völk aveva il ruolo principale nell’edificazione della nazione tedesca. La religione, specialmente quella germanica, era espressione di romantiche aspirazioni. E importanza primaria veniva attribuita alle insuperabili differenze razziali, ritenute segni di una superiorità propria dei tedeschi e mancante negli ebrei, e insieme il sacro nucleo attorno al quale il Völk poteva unirsi in eterna opposizione a un nemico pernicioso e dato da Dio.

G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, il Saggiatore, Milano 1968, pp. 62-69.

Autobiografia di Malcom X

Il 21 febbraio 1965 viene assassinato durante un comizio ad Harlem Malcom X(1925-1965), leader politico afroamericano di fede islamica. Dalla celebre Autobiography pubblicata postuma (da cui è tratto il passo pubblicato di seguito) il regista americano Spike Lee ha realizzato nel 1992 il celebre film.

In questo documentario della RAI  la sua biografia viene messa a confronto con l’altro grande leader afroamericano del tempo Martin Luther King

2, 3, 4, 5

Autobiografia di Malcolm X

Quando mia madre era incinta di me, come mi disse in seguito, un gruppo di cavalieri incappucciati del Ku Klux Klan arrivò al galoppo, di notte, davanti alla nostra casa a Omaha nel Nebraska. Dopo aver circondato l’edificio essi urlarono a mio padre di uscire: erano tutti armati di fucili e carabine. Mia madre andò alla porta principale e l’aprì. Stando in piedi, in una posizione tale che potessero vedere che era incinta, disse loro che era sola con i suoi tre bambini e che mio padre era lontano a predicare a Milwaukee.
Gli uomini del Klan urlarono minacciosi ammonendola che avremmo fatto bene a lasciare la città perchè i “buoni cristiani bianchi” non erano disposti a sopportare che mio padre “facesse opera sediziosa” tra i “buoni” negri di Omaha con quelle idee di “tornare in Africa” predicate da Marcus Garvey. Mio padre, il reverendo Earl Little, era un pastore battista e uno zelante organizzatore dell’associazione di Marcus Aurelis Garvey, l’Unia (Associazione universale per il miglioramento dei negri).
Con l’aiuto dei discepoli come mio padre, Garvey, dal suo quartier generale di Harlem a New York, alzava la bandiera della purezza negra esortando le masse a tornare alla loro patria ancestrale in Africa causa questa che aveva fatto di lui il negro più amato e insieme più criticato di tutto il mondo.
Urlando ancora le loro minacce, gli uomini del Klan spronarono alla fine i cavalli e galoppando intorno alla casa mandarono in pezzi tutti i vetri delle finestre con le canne dei fucili. Poi si allontanarono nella notte con le torce accese, rapidi com’erano venuti.
Quando ritornò, mio padre andò su tutte le furie. Decise di aspettare che io nascessi — cosa che era imminente — e poi di trasferire altrove la famiglia. Non so bene perchè egli prese questa decisione: non era un negro che si lasciasse facilmente spaventare come allora erano quasi tutti e come molti sono ancora oggi. Mio padre era un uomo grosso, alto quasi un metro e novanta e aveva la pelle scurissima. Era orbo e io non ho mai saputo come avesse perduto l’occhio. Era nato a Reynolds nella Georgia, dove aveva frequentato la terza o forse la quarta elementare. Come Marcus Garvey, era convinto che i negri non potessero mai conquistarsi in America né la liberta né l’indipendenza né il rispetto di sé e che perciò dovessero lasciare l’America ai bianchi e ritornarsene in Africa alla loro terra di origine. Tra le ragioni per cui mio padre aveva deciso di correre tutti questi rischi e di dedicare la propria vita alla propagazione di questa filosofia tra la sua gente c’era il fatto che aveva visto quattro dei suoi fratelli morire di morte violenta: tre di essi erano stati uccisi dai bianchi, uno dei quali linciato.
Allora mio padre non poteva sapere che dei tre fratelli rimasti, lui compreso, solo uno, lo zio Jim, sarebbe morto nel suo letto per cause naturali. Più tardi, infatti, la polizia bianca del Nord avrebbe ucciso a revolverate mio zio Oscar e, infine, mio padre sarebbe morto per mano dell’uomo bianco. Ho sempre avuto la convinzione che anch’io morirò di morte violenta ed ho fatto tutto quanto era in mio potere per prepararmi a tale evenienza. […]
Mia madre Louise Little, che era nata a Grenada, nelle Indie occidentali britanniche, sembrava una donna bianca (suo padre era un bianco). Aveva capelli neri lisci e il suo accento non era quello di una negra. lo non so nulla di questo suo padre bianco all’infuori della vergogna che mia madre ne provava. Ricordo di averle sentito dire che era contenta di non averlo mai visto. Naturalmente è a causa di questo nonno bianco che io ho la pelle e i capelli di color bruno-rossiccio, “da marinaio”. Nella nostra famiglia ero il bambino di carnagione più chiara. (In seguito, a Boston e a New York, fui tra quei milioni di negri che erano tanto pazzi da considerare una carnagione chiara come una sorta di simbolo di status e da giudicare fortunato chi era nato così. Ma, sempre in seguito, imparai a odiare ogni goccia del sangue di quello stupratore bianco che è in me).
La nostra famiglia rimase solo per poco tempo a Milwaukee perché mio padre voleva trovare un posto con un pezzo di terra da coltivare e forse con possibilità di iniziare un qualche commercio. L’insegnamento di Marcus Garvey insisteva sulla necessità di rendersi indipendenti dall’uomo bianco.
Per qualche ragione che ignoro, subito dopo ci trasferimmo a Lansing, nel Michigan. Mio padre comprò una casa e immediatamente, com’era sua abitudine, si mise a fare il predicatore indipendente nelle locali chiese battiste negre, mentre durante la settimana andava in giro a diffondere il verbo di Marcus Garvey.
Aveva cominciato a mettere da parte dei risparmi per aprire il negozio che aveva sempre desiderato quando, come sempre accade, alcuni stupidi “zii Tom” del posto cominciarono a raccontare ai bianchi delle storie riguardo alle sue convinzioni rivoluzionarie.
Questa volta le minacce e le ingiunzioni ad andarsene vennero da un’associazione razzista del luogo chiamata la Legione nera, perché i suoi membri portavano mantelli neri invece di quelli bianchi del Ku Klux Klan. Ben presto, dovunque mio padre andava, i “legionari neri” lo definivano con disprezzo “un nigger di riguardo” perché voleva aprire un negozio, perché viveva fuori del distretto negro di Lansing e perché diffondeva agitazione e dissenso fra “i buoni niggers”.
Come a Omaha, mia madre rimase di nuovo incinta, questa volta della mia sorella più giovane. Nel 1929, subito dopo la nascita di Yvonne, venne la notte di incubo, che è il mio ricordo remoto più vivo.
Rammento benissimo di essere stato svegliato di soprassalto da uno spaventoso frastuono di revolverate e di urla, mentre da ogni parte si alzavano fumo e fiamme. Mio padre aveva gridato e sparato dietro ai due bianchi che avevano appiccato il fuoco alla casa e stavano scappando. Intorno tutto bruciava e noi ci aggrappavamo uno all’altro, inciampavamo l’uno sull’altro, ci spingevamo nel tentativo di fuggire. Mia madre, con la piccina in braccio, riuscì a malapena a uscire in giardino prima che la casa crollasse in mezzo a un nugolo di scintille. Ricordo che restammo fuori nella notte, in pigiama, piangendo e gridando fino a farci scoppiare i polmoni. Quando i poliziotti e i vigili del fuoco bianchi arrivarono, si disposero in circolo a guardare la casa che bruciava fino alle fondamenta.
Mio padre trovò alcuni amici che ci rivestirono e ci dettero alloggio temporaneamente e poi ci trasferì in un’altra casa alla periferia di East Lansing. A quell’epoca i negri non potevano entrare in città dopo il crepuscolo. Ora lì c’è l’Universita statale del Michigan e quando, nel gennaio del 1963, ci andai a fare una conferenza davanti a un pubblico di studenti, raccontai tutte queste cose. (Nella stessa occasione rividi dopo molto tempo il mio fratello minore Robert che stava facendo gli studi di perfezionamento in psicologia.)
Dissi agli studenti come a East Lansing ci perseguitarono al punto che dovemmo trasferirci ancora, questa volta due miglia fuori della città, in aperta campagna. Mio padre costruì per noi, con le sue proprie mani, una casa di quattro stanze e questa è la dimora in cui cominciai a crescere, il luogo in cui iniziano veramente i miei ricordi. […]
Mio padre era anche molto aggressivo nei confronti di tutti i figli, fatta eccezione per me. Quando i più grandi infrangevano qualcuna delle sue regole — e ne aveva tante che era difficile conoscerle tutte — li picchiava quasi selvaggiamente.
Quasi tutte le botte che presi io me le dette mia madre. Ho pensato molto al perché. In realtà credo che mio padre, violentemente antibianco com’era, fosse inconsciamente afflitto dal modo in cui i bianchi facevano ai negri il lavaggio del cervello da avere la tendenza a favorire quelli dalla pelle più chiara: e io ero appunto il figlio dalla pelle più chiara. A quei tempi, quasi istintivamente, la maggior parte dei genitori negri trattavano molto meglio i loro figli dalla pelle più chiara. Ciò derivava direttamente dalla tradizione della schiavitù secondo cui il “mulatto”, in quanto visibilmente più vicino al bianco, era appunto “migliore”.
Le altre due immagini che ho di mio padre sono fuori della nostra casa. Una riguarda la sua funzione di predicatore battista. Non fece mai il pastore in nessuna chiesa a lui assegnata fu sempre un “predicatore itinerante”. Ricordo soprattutto il suo sermone preferito. «Quel trenino nero sta arrivando… e voi fareste bene a preparare tutte le vostre cose!» Credo che queste parole alludessero al movimento per il ritorno in Africa, al “treno dei negri che tornano a casa” di Marcus Garvey.

Malcom X, Autobiografia di Malcom X, Einaudi, Torino 1967, pp.3-7.

il MORANDINI
di Laura, Luisa e Morando Morandini

* * * - -

Dall’autobiografia di Malcolm X, redatta con la collaborazione di Alex Haley. Vita e morte dell’afroamericano Malcolm Little (Omaha, Nebraska, 1925 _ New York, 1965), ragazzo di strada soprannominato Detroit Red e Satan, convertito all’Islam col nome di Malcolm X dove la “X” sta al posto del cognome perduto nel tempo, ucciso il 21 febbraio 1965 da un commando di 5 sicari. La pista dei mandanti si biforca in 2 direzioni opposte: l’FBI da una parte e l’ala radicale della Nation of Islam dall’altra. Il film di Lee contiene 3 storie: un manifesto per i neri d’America, ossia un film a programma e di propaganda; una biografia agiografica in bilico tra il musical e il gangster movie; una parabola evangelica su un profeta e martire. A tenere insieme le tre componenti ci sono un attore (Washington con la voce di Francesco Pannofino) e la regia di un direttore d’orchestra che conosce bene la sua musica. Pur con il suo pittoresco stereotipato, i passaggi agiografici, le omissioni strumentali, i manierismi, le astuzie oratorie, è il ritratto di un principe.