Film sulla Resistenza: Roma città aperta

Stasera alle ore 21:15 su RAI STORIA canale 54

Dalla voce dell’Enciclopedia Treccani del Cinema

Roma citta aperta

Enciclopedia del Cinema (2004)

di Stefano Roncoroni

Roma città aperta

(Italia 1945, bianco e nero, 100m); regia: Roberto Rossellini; produzione: Aldo Venturini, Carla Politi per Excelsa; soggetto: Sergio Amidei, Alberto Consiglio, Ivo Perilli; sceneggiatura: Sergio Amidei, Federico Fellini, Alberto Consiglio, Ferruccio Disnan, Roberto Rossellini; fotografia: Ubaldo Arata; montaggio: Eraldo da Roma; scenografia: Rosario Megna; musica: Renzo Rossellini.

L’ingegner Giorgio Manfredi, un dirigente comunista della Resistenza ricercato dalla Gestapo, trova rifugio in casa di Francesco, un tipografo antifascista. Lo accoglie la fidanzata di Francesco, Pina, una popolana ragazza madre, reduce dall’assalto a un forno insieme ad altre donne. Manfredi le chiede di chiamare il parroco, don Pietro, e Pina manda il figlio Marcello, distogliendolo dalle attività cospirative con Romoletto, un ragazzo monco di una gamba. Don Pietro compie la missione affidatagli da Manfredi: ritirare nella tipografia clandestina de “l’Unità” una somma destinata a un gruppo partigiano e recapitarla a un altro intermediario. Don Pietro trova anche modo di dare ospitalità a un soldato austriaco disertore e di confessare Pina. Durante la notte i ragazzini della zona, comandati da Romoletto, eseguono un attentato allo scalo ferroviario all’insaputa dei genitori. La mattina dopo la Gestapo attua, con l’aiuto della polizia italiana, un rastrellamento; il condominio di Francesco è circondato e i suoi abitanti vengono radunati nel cortile e per la strada. Manfredi riesce a fuggire, ma Francesco viene catturato. Pina corre dietro al camion che sta portando via il suo uomo (si sarebbero sposati quel giorno) e viene uccisa a colpi di mitra. Appena fuori Roma, i partigiani guidati da Manfredi attaccano la colonna con i prigionieri e tutti vengono liberati. Manfredi e Francesco rientrano in città e accettano l’ospitalità di Marina, un’attrice di varietà con cui Manfredi ha una relazione, ignaro che la ragazza è una confidente della Gestapo. Ma quella sera Marina e Manfredi hanno un diverbio: lui, dopo aver trovato cocaina nell’appartamento, le rimprovera una vita priva di ideali e di moralità e tronca il rapporto. Il giorno seguente, dopo essere andati a ritirare i documenti falsi che don Pietro ha preparato, Manfredi, il disertore austriaco e il prete vengono arrestati dalla Gestapo e portati in via Tasso, in seguito alla denuncia di Marina. Manfredi è sottoposto a tortura sotto gli occhi di don Pietro, per far sì che almeno il sacerdote ceda; ma don Pietro si rifiuta di parlare e Manfredi muore. Anche don Pietro è condannato; il giorno della sua fucilazione, i ragazzi della parrocchia riusciranno a essere presenti per l’ultimo saluto.

Per gli storici, Roma fu ‘città aperta’ nei nove mesi in cui fu occupata dai nazisti e dichiarata ‘zona non di guerra’; ma poiché i nazisti non la considerarono mai tale, quel periodo è stato uno dei più tragici e oscuri della sua storia. Proprio durante quei mesi, un eterogeneo gruppo di intellettuali, politici e cineasti antifascisti (comunisti, cattolici, liberali) ebbe l’idea di documentare su pellicola quanto la città stava vivendo. All’inizio si pensò a un film a episodi, dal titolo Storie di ieri (un episodio era tratto da un soggetto di Alberto Consiglio su di un sacerdote, don Pietro Pappagallo, che aveva dato asilo a disertori e antifascisti munendoli di documenti falsi); in seguito la storia del prete fu intessuta a quelle di donne e ragazzini, resistenti e carnefici nazisti, borsari neri e disertori austriaci (si cominciò a pensare allora al titolo Città aperta).

Il film ebbe una vita difficile sin dall’ideazione, e ancor più travagliata durante la fase produttiva. D’altronde, non poteva accadere diversamente per un film realizzato mentre in Italia infuriava ancora la guerra (fu iniziato la notte tra il 17 e il 18 gennaio 1945): anche quando c’erano i soldi non si trovavano la pellicola e i mezzi tecnici, gli arredi e i costumi; mancavano la luce e i mezzi di trasporto; giornalmente ci si doveva confrontare con una realtà politica e sociale in continua evoluzione e con le pressioni degli Alleati e del governo Bonomi. Tutte queste vicissitudini favorirono la nascita della leggenda che si sviluppò attorno al film prima ancora che fosse finito, e la sua storia e la sua fortuna ne avrebbero risentito per molto tempo. Non fu infatti possibile inquadrare Roma città aperta per quello che era stato, una “reazione alla retorica di tanti anni, a una tradizionale ipocrisia; la sincerità e il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è” (L. Chiarini), fin quando non cominciarono a uscire i primi studi organici sul film, sul regista e, soprattutto, su quel periodo. Solo allora si poté affermare che “Roma città aperta riesce a trasmettere il senso, il significato, l’atmosfera, i sentimenti, i modi di essere degli uomini in maniera più diretta e più efficace di quanto abbia fatto finora la ricostruzione storica” (N. Tranfaglia).

Le riserve suscitate da Roma città aperta furono di natura politica prima che stilistica, perché nessuna delle molte anime che avevano contribuito alla nascita del film vi si vedeva rappresentata: i comunisti vi colsero la glorificazione della linea attesista, ai cattolici sembrò ambiguo e violento. Il pubblico invece capì che nel film si dava la giusta importanza alle contraddizioni che si erano create con l’occupazione nazista, tra il bisogno di salvarsi, l’orrore per la guerra e il tentativo di capire da quale parte stessero le ragioni migliori; e capì che quello che vedeva gli apparteneva molto più dei ragionamenti netti e delle discriminazioni ideologiche. La critica, tranne poche voci politicamente schierate, in genere apprezzò Roma città aperta e lo ha riconosciuto nel tempo uno dei capolavori incontrastati del cinema italiano. Al film non mancò neanche il successo commerciale: costato 11.000.000 di lire, arrivò a incassarne alla fine dello sfruttamento 124.500.000. Vinse la Palma d’oro al primo Festival di Cannes, nel 1946, e il Nastro d’argento, nello stesso anno, per il miglior film e per la migliore attrice non protagonista (Anna Magnani).

Interpreti e personaggi: Aldo Fabrizi (don Pietro Pellegrini), Anna Magnani (Pina), Marcello Pagliero (ingegner Giorgio Manfredi), Francesco Grandjacquet (Francesco), Maria Michi (Marina Mari), Giovanna Galletti (Ingrid), Vito Annichiarico (Marcello), Fernando Quintiliani (Otello), Anna Dotti (Andreina), Fernando Bruno (Agostino, il sagrestano), Amalia Pellegrini (Nannina), Carlo Sindici (questore di Roma), Harry Feist (maggiore Bergmann), Bruno Gebel (maresciallo Krammer), Angelo Agostini (Gino, direttore de “l’Unità” clandestina), Carla Rovere (Lauretta), Akos Tolnay (disertore austriaco), Alberto Tavazzi (sacerdote che assiste don Pietro durante la fucilazione), Edoardo Passarelli (brigadiere), Alberto Manni (Vincenzino il borsanera), Giacomo Cottone (Romoletto).

bibliografia

E. Flaiano, Città aperta, in “La domenica”, 30 settembre 1945, poi in Lettere d’amore al cinema, Milano 1978.

P. Bianchi, Roma città aperta, in “Oggi”, 6 novembre 1945, poi in L’occhio di vetro, Milano 1979.

G. Altman, Rome, ville ouverte, in “L’écran français”, n. 73, 19 novembre 1946.

J. Desternes, Poésie et réalité,in “La revue du cinéma”, n. 3, décembre 1946.

C. Cosulich, Così nacquero ‘Paisà’ e ‘Roma città aperta’, in “Cinema nuovo”, n. 57, 25 aprile 1955.

M. Walsh, Re-evaluating Rossellini, in “Jump Cut”, n. 15, July 1977.

J.-P. Fargier, La ville éternelle, in “Cahiers du cinéma”, n. 410, juillet-août 1988.

G. Rondolino, Roberto Rossellini, Torino 1989.

‘Roma città aperta’ di Roberto Rossellini, a cura di A. Aprà, Roma 1994.

Sceneggiatura: in Roberto Rossellini. La trilogia della guerra, a cura di S. Roncoroni, Bologna 1972.

Annunci