Apologia di Socrate – Guida alla lettura

socrate“Prima” della lettura – La contestualizzazione dell’opera.

In rete sono disponibili varie versioni dell’opera che potrete leggere gratuitamente seguendo questo link (o ascoltare nella versione audiolibro). Per prima cosa ci domanderemo a quale periodo della vita e dell’attività filosofica di Platone possa risalire questo testo. Sappiamo che Platone lo scrisse dopo la morte di Socrate, probabilmente dopo che lo stesso Platone era tornato in Atene. Passato il timore che, oltre al maestro, si volessero colpire anche i suoi discepoli, egli scrisse questa Apologia, questa difesa di Socrate.
Dagli studiosi questo testo viene considerato tra i primi della produzione scritta di Platone, forse il secondo, dopo la composizione dell’Eutifrone. Appartiene dunque a pieno titolo ai “dialoghi socratici”, alle opere giovanili nelle quali è più forte la risonanza e la forza dell’insegnamento socratico.
L’ambientazione storica
Dopo la caduta dei Trenta Tiranni e il ritorno della democrazia in Atene, viene intentato un processo a Socrate, accusato di essere uno – o il principale – dei cattivi maestri che erano responsabili delle sciagure
di Atene, dalla sconfitta nella guerra del Peloponneso fino, appunto, alla tirannide dei Trenta.
Titolo
Apologia di Socrate. “Apologia” sta a significare “discorso in difesa”, “scritto a difesa”. Difendere Socrate: da quali accuse? Quelle che lo avevano portato in giudizio? Ma Socrate non era già morto, a seguito della condanna che gli era stata inflitta? Che senso ha, allora, una difesa di Socrate post mortem?
Lettura rapida
Questo tipo di lettura potrà mostrarci la struttura narrativa dell’opera, che consta di tre discorsi pronunziati da Socrate a sua difesa dinanzi ai giudici. Quindi ha l’andamento di un’arringa difensiva che tante volte abbiamo visto fare da avvocati in film e telefilm. Nel nostro caso è lo stesso imputato (Socrate) a difendere se stesso, come sembra abbia fatto Socrate durante il processo.
La lettura rapida può fornirci una prima informazione sul tema su cui verte l’Apologia, su alcune parole- chiave che la caratterizzano e una prima loro chiarificazione.
Ma quella prima lettura soprattutto ci può fornire un’immagine di Socrate, dell’uomo e del pensatore.
Chi è Socrate, questo ateniese accusato di colpe gravi nei confronti della città e dei suoi concittadini? È responsabile di ciò che gli viene imputato? Quale è l’immagine che di lui hanno dato gli accusatori e quella che fornisce lui stesso di sé? Quali sono le parole-chiave?
• Innanzitutto sapienza. Di lì sono nati l’odio e l’avversione verso Socrate, contro la sua “sapienza”. “Sapienza” ha due accezioni, a seconda che si parli della “sapienza” di coloro che si considerano sapienti o di quella di Socrate, il quale dice che la sua sapienza è un “sapere di non sapere”.
• L’altra parola-chiave potrebbe essere la missione di Socrate: in che cosa consisteva? chi gliela aveva assegnata?
• La terza parola-chiave è vivere, anzi vivere bene, vivere rettamente.
• La quarta e ultima parola-chiave è morte, quella che ora aspetta Socrate, ma che aspetta anche ogni uomo. Che cosa è la morte? il peggiore dei mali oppure no?
• Possono però essere scelte anche altre parole-chiave, ad esempio accuse e difesa, le accuse rivolte a Socrate e le argomentazioni con le quali Socrate risponde a queste accuse.
• Oppure potrebbe essere scelto anche un taglio di lettura particolare come: Socrate e Atene.

 

Lettura analitica
Se la prima lettura ci ha fornito una prima e rapida visione di situazioni e temi, una “lettura lenta” deve servirci per approfondire e per mettere alla prova anche le parole-chiave prescelte, oltre che a riconsiderare
l’“immagine” di Socrate che abbiamo percepito. La “lettura lenta” è analitica: consisterà in un leggere-e-rileggere facendo ipotesi di interpretazione. Al centro della nostra analisi ci sarà la domanda
che ci siamo posti nella lettura rapida: qual è il tema, l’argomento di cui tratta l’opera e che cosa viene detto di questo tema o di questo argomento?
Si procede, in questo caso, gradualmente, identificando volta per volta i passaggi del testo, gli snodi del discorso, dell’argomentazione. In questa sede si possono fare solo degli esempi.

Ora qualcuno potrebbe intervenire: “Ma insomma, Socrate, qual è l’attività che svolgi tu? Da dove ti sono venute queste calunnie? Perché, sicuramente, se tu non avessi fatto nulla fuor dall’ordinario rispetto agli altri non ti sarebbe venuta questa fama con queste dicerie, se tu non avessi compiuto nulla di diverso da tutti gli altri. Rivela dunque a noi che cos’è mai questo, perché noi non vogliamo prendere in esame il tuo caso, così, senza ponderazione.” Se qualcuno parla in questo modo a me pare
che dica bene e io tenterò di dimostrarvi che cos’è quel che mi ha procurato questa nomea e queste voci calunniose. Ascoltatemi dunque. E forse a qualcuno di voi sembra che io scherzi; ma voi sapete bene che io dirò tutta la verità. Io dunque, cittadini Ateniesi, mi sono procurato questo nome per una certa sapienza. E qual è poi questa sapienza? Quella che viene considerata sapienza umana: e in realtà io rischio di essere saggio in questa sapienza. Quelli invece, di cui parlavo poco fa, potrebbero
essere saggi in una sapienza che è più grande rispetto a quella umana, oppure io non so che cosa dire. Io, in realtà, questo tipo di sapienza non la conosco e se qualcuno invece lo afferma, mente e parla per spargere calunnie sul mio conto. E ora, cittadini Ateniesi, non fate trambusto, neppure se sembrerà che io dica qualcosa di troppo grande, perché non è la mia parola che io dico, ma io riferirò che chi parla per voi è ben degno di considerazione. Della mia sapienza, se pure essa è sapienza
e quale, io chiamerò testimone davanti a voi il dio di Delfi. Voi avete certamente conosciuto Cherofonte. Egli fu un mio compagno fin da ragazzo ed è pure amico alla vostra parte popolare e, insieme a voi, prese parte a questo esilio, e con voi fece ritorno. E voi sapete anche che uomo era Cherofonte e come era ben determinato verso quello che si volgeva a fare. Ed ecco una volta che egli recatosi a Delfi osò fare all’oracolo questa domanda, e, come vi chiedo, non rumoreggiate cittadini, faceva
appunto domanda se vi era qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che non v’era nessuno che fosse più saggio. E di queste cose suo fratello che è qui presente potrà farvi da testimone, perché lui è morto.
Considerate dunque i motivi per i quali io vi dico queste cose: voglio dimostrarvi infatti donde è nata la calunnia contro di me. Dopo aver udito questo responso, io ragionai così fra me e me: «Che cosa mai intende significare il dio? Che cosa mai sottintende ai suoi enigmi? Perché io, per quel che mi riguarda, so di non essere sapiente, né molto né poco. Allora che cosa mai vuol dire affermando che io sono il più sapiente di tutti gli altri? Perché, sicuramente, egli non mente, giacché non è lecito a
lui mentire». E per lungo tempo io fui incerto su che cosa volesse dire. Poi, per quanto contro mia voglia, mi misi a farne una ricerca così. Mi recai da uno di quelli che godono la fama di essere sapienti, perché in questo modo avrei potuto confutare l’oracolo, facendo conoscere al vaticinio quanto segue: «Ecco costui è più sapiente di me, mentre tu affermavi che lo ero io». Mentre dunque stavo esaminando questo tale,
non vi è alcun bisogno che io ve ne dica il nome, era uno dei politici esaminando il quale e dialogando con lui, io provai questa esperienza: mi sembrava che quest’uomo avesse la fama e fosse sapiente per molti altri uomini e, in particolare modo, per se stesso, ma che in realtà non lo fosse; e allora tentai anche di fargli intendere che credeva di essere sapiente, ma che in realtà non lo era. Da quel momento dunque fui odiato non solo da lui, ma anche da molti di quelli che erano presenti. E mentre
me ne andavo via da lui consideravo tra me e me che ero più sapiente di lui: era molto probabile che nessuno di noi due sapesse nulla di bello e di buono, ma costui credeva di sapere, pur non sapendo, io invece, poiché non so, non penso nemmeno di sapere. Mi sembrò dunque di essere più sapiente di lui, proprio di questo pochettino, perché io, quel che non so, non credo nemmeno di saperlo.
da Apologia di Socrate, a cura di Gino Giardini, Newton & Compton Editori, Roma 1997.

Partiamo, come spesso accade nel discorso filosofico, da una domanda, in questo caso implicita, a cui Socrate risponde: c’è una “sapienza” di cui Socrate riconosca di essere sapiente? Ha già escluso che questa sapienza sia quella dei Sofisti, che a pagamento sanno insegnare la “virtù dell’uomo e del cittadino”.
La scena di questa parte del discorso – ricordiamolo – è quella della arringa difensiva che sarebbe stata pronunziata da Socrate. Più che ai giudici Socrate si rivolge ai cittadini di Atene. Afferma che la sua è una certa sapienza umana. In che cosa consiste questa sapienza umana? Socrate non ce lo dice.
Se ci aspettavamo che lo spiegasse subito, saremo rimasti al momento delusi. Socrate riprende il riferimento ai Sofisti (“Quelli invece di cui parlavo poco fa…”): essi sono sapienti di una sapienza più che umana. Socrate è più interessato a distinguere, anzi a separare nettamente la sua “sapienza umana” dalla “sapienza più che umana” dei Sofisti.
Socrate vuol dire di sé che non è un Sofista, che non gli si possono attribuire le accuse rivolte ai Sofisti (“far apparire la ragione peggiore migliore”, diceva in precedenza riferendo una delle accuse che gli venivano rivolte).
Rivendica per sé: “la sapienza di costoro non la conosco” chi lo sostiene mente ed è un calunniatore.
Riassumendo, di che “sapienza” è sapiente Socrate? Di una sapienza umana, che non deve essere scambiata con la sapienza più che umana dei Sofisti.
Ora nel discorso di Socrate c’è una evoluzione. Anche stilisticamente egli la annunzia: “E ora, cittadini ateniesi, non fate trambusto, […] chi parla per voi è ben degno di considerazione”.

La comprensione delle informazioni necessarie
Anche l’Apologia contiene nomi e riferimenti a situazioni che è necessario conoscere, per poter comprendere in tutto il loro significato le affermazioni di Socrate. Questo vale per ogni altra opera.
Chi è Cherofonte, che cosa c’è a Delfi, di quale dio si tratta, chi è la Pizia, che cosa è un oracolo. Nei testi di storia o in enciclopedie ci dovrebbero essere informazioni su tutti o quasi questi aspetti oppure
dovremo acquisirle altrove.
Di Cherofonte forse ci possiamo accontentare di quello che scrive Platone. Uomo “ben degno di considerazione” lo definisce Socrate, “amico alla vostra parte popolare”, quindi della parte democratica. Si sa che fuggì come altri democratici al momento dell’insediamento dei Trenta Tiranni e che ritornò, con Trasibulo, quando ebbe termine quella dittatura. Dunque Socrate riferisce la testimonianza sì di un suo amico, ma che è persona di fede democratica e degna di fiducia.
Delfi è per i Greci un luogo molto importante. Non solo è la sede di un santuario del dio Apollo, a cui molti Greci sono devoti, ma è soprattutto il santuario a cui le póleis si rivolgevano per ottenere oracoli relativi all’insediamento di nuove colonie fuori della madrepatria.
L’oracolo è il responso che il dio faceva ottenere attraverso i sacerdoti o le sacerdotesse del tempio di Delfi.
La Pizia era una di queste sacerdotesse. Dunque, il responso che viene dato al quesito posto da Cherofonte è particolarmente significativo e rilevante: viene da un’autorità religiosa che tutti i Greci riconoscono.
Dunque, Socrate è stato dichiarato il più sapiente di tutti gli uomini dall’oracolo di Delfi.

L’individuazione e la rassegna dei concetti
Ma di quale sapienza Socrate è il più sapiente?
Torna il concetto centrale di “sapienza”, ma Socrate, abbiamo visto, distingue nettamente la sua sapienza da quella degli altri. Dunque dovremo definire la sapienza di Socrate, quella dei Sofisti, poi
quella dei poeti, quella dei politici, quella degli artigiani.
Più in generale, in questa, come in ogni altra opera filosofica individuare, riconoscere e definire concetti è fondamentale.
È consigliabile, in un quaderno di appunti, dedicare una apposita sezione alla raccolta di definizioni o affermazioni relative ai concetti. Facendo attenzione, però, che non si confondano tra di loro aspetti appartenenti a diversi concetti: la sapienza di Socrate non va confusa con quella dei Sofisti. Anche in assenza di una esplicita definizione del concetto, è possibile – riordinando logicamente le diverse affermazioni
– giungere a una definizione del concetto in questione.
Per esempio, della sapienza di Socrate si dice… (e si vanno a cercare citazioni nell’Apologia di Socrate).
La ricostruzione dell’argomentazione
Torniamo alla nostra domanda di fondo e di partenza: di che cosa parla l’opera e che cosa viene detto di questo tema? Nella “lettura analitica” si segue passo a passo lo snodarsi del testo cercando continuamente
risposte. A tal fine facciamo un lavoro che ci può aiutare: paragrafiamo e sottoparagrafiamo il testo, dando titoli sia ai paragrafi che ai sottoparagrafi.
Come testo ci riferiamo a quello riprodotto precedentemente in colore azzurro.
Proponiamo alcuni titoli, ad esempio quello che corrisponde alla domanda che Socrate si pone dopo aver saputo il responso dell’oracolo: che cosa vuol dire il dio? Ma si potrebbe titolare anche La sapienza di Socrate, oppure ancora So di non sapere. Come si potrebbe suddividere il testo in sottoparagrafi e quale titolo dare a ciascuno? Il primo riguarda le prime righe e il titolo è sicuramente la domanda prima citata: Che cosa vuol dire il dio?
Il secondo passaggio corrisponde a una sola frase (ma che frase!) che può anche essere il secondo titolo: Certo il dio non mente, perché non può mentire. Oppure più direttamente: Il dio non mente. Dunque, Socrate
è il più sapiente di tutti gli uomini! Poi inizia la fase della ricerca. Possiamo titolare questo sottoparagrafo La ricerca oppure Alla ricerca del senso dell’oracolo. Il primo che Socrate incontra è un uomo politico. Titoleremo La “sapienza” dell’uomo politico oppure Esaminando la sapienza del politico.
Il passaggio successivo potrebbe essere: secondo Socrate il politico presume di essere sapiente.
Potremmo anche togliere il titolo precedente e dare alle righe in questione quest’ultimo titolo. Socrate sa bene che per aver cercato di convincere il politico di non essere sapiente si è attirato odio. Titoleremo:
Odio contro Socrate.
Se non si volesse paragrafare andando, per così dire, passo a passo (ma in una prima fase di questo tipo di lavoro per chi non è esperto è bene farlo) si potrebbe titolare tutta la seconda parte del paragrafo, ad esempio, Vera e falsa sapienza, essendo il tema del racconto di Socrate quello da cui emerge che il politico credeva di essere sapiente e non lo era e Socrate non era sapiente, ma neanche credeva di esserlo: sapeva di non sapere.
Ma perché chi sa di non sapere è sapiente, anzi, perché Socrate che sa di non sapere è il più sapiente di tutti gli uomini?
A questo punto saremmo in grado di mettere il titolo al paragrafo, riguardando i titoli attribuiti ai diversi sottoparagrafi. Vanno bene i titoli qui proposti per il paragrafo? Vanno modificati o cambiati totalmente?
Perché?

Il significato dell’opera
Di che cosa parla l’Apologia? È la difesa di Socrate? La si può considerare una trascrizione più o meno fedele dei discorsi pronunziati da Socrate in quella occasione? Il personaggio principale è “Socrate”: ma chi parla è il Socrate storico, oppure è Platone? Quelle che vengono riportate sono le idee e le posizioni di Socrate o quelle del suo pur bravissimo ed eccezionale discepolo? Siamo in grado di stabilire ciò che è di Socrate e ciò che è di Platone?
Per provare a rispondere a queste intricate questioni dovremmo andare in direzione di due ricerche di tipo, come si dice in linguaggio tecnico, co-testuale. Cioè dovremmo analizzare altri dialoghi platonici appartenenti o attribuiti al primo periodo platonico, quello socratico appunto, per ritrovare temi, impostazioni, concetti e problemi analoghi a quelli dell’Apologia. Poi dovremmo tener conto anche di altre
opere, filosofiche e non, come la commedia Le Nuvole di Aristofane e gli scritti di Senofonte (anch’egli scrisse un’Apologia di Socrate). Molti, dopo la morte di Socrate, si considerarono i continuatori del pensiero socratico, ma chi fu l’autentico erede e interprete del pensiero socratico?
Quale scopo Platone voleva raggiungere con la sua Apologia? Voleva difendere la figura e l’opera di Socrate? riprendere e continuare la sua “missione”, presentarsi come il vero interprete e continuatore della missione e del pensiero di Socrate? A chi si rivolgeva? Chi erano i lettori del suo testo? i cittadini di Atene? il gruppo dirigente democratico? i discepoli di Socrate? quei cittadini di Atene che intendevano o potevano essere convinti a prendersi cura della loro anima e delle sorti di Atene?
La figura di Socrate
Quale “Socrate” viene proposto nell’Apologia? Quale delle immagini di Socrate Platone vuole proporre? Il Socrate anomalo, quello che inquietava anche Senofonte? oppure una figura meno difficile da accettare, più accomodante? No, non sembra che Platone intenda smussare gli angoli di un personaggio e di una attività che spesso avevano suscitato odi ed avversioni, che vengono ricordati. In più di un caso nell’Apologia sappiamo, “sentiamo” che gli Ateniesi protestano e si indignano per alcune affermazioni di Socrate, che, per parte sua, riconferma il suo ruolo di “tafàno”, che sollecita, stimola e critica pungendo ai fianchi la città, ma che rifiuta di essere accusato di non aver voluto e cercato il bene della
città. Egli, invece, di tale ricerca ha fatto la sua prima preoccupazione, quella a cui tutto ha sacrificato.
Lo stile dell’Apologia
Tutto il testo dell’opera è nella forma del discorso diretto, poiché vuole presentare i discorsi pronunziati da Socrate in sua difesa, in occasione del processo. Intende riprodurre proprio quelle modalità del dialogare socratico che erano uno dei tratti distintivi di questo pensatore, con quel domandare e quell’argomentare capace di mettere in difficoltà e sconcertare l’interlocutore.
Nella parte centrale dell’opera “Socrate” riproduce quegli incontri e quei dialoghi con poeti e politici che gli hanno attirato tanta avversione. “Socrate” si difende, ma spesso contrattacca, conferma le sue
scelte e la validità del suo impegno.
Platone riesce a scrivere un’opera dandole un ritmo incalzante, attraverso un dialogo teso e drammatico tra Socrate e gli Ateniesi. Sembra di sentir aleggiare la domanda che Platone più volte si è posto e avrà posto: come è stato possibile mandare a morte il più giusto di tutti gli uomini?

Socrate di Roberto Rossellini

Recensione di Marco Gasperetti per il Corriere della Sera

REGIA: Roberto Rossellini
GENERE: storico
DURATA: 114 minuti
ANNO DI PRODUZIONE: 1970-2002
ATTORI PRINCIPALI: Christine Tremarco, Stuart Sinclair Blyth, Sheila Hancock, Richard Platt, Julie Ann Watson
WEBSITE: www.luce.it
LINGUE: italiano
SOTTOTITOLI: italiano, inglese
AUDIO: Dolby Digital dual mono
CONTENUTI SPECIALI: biografia di Socrate, biografia di Roberto Rossellini, filmografia
VOTO: 7,5/10

LA TRAMA

La storia del grande filosofo greco vista dall’obiettivo di un grande regista, Roberto Rossellini. Si ripercorrono gli ultimi giorni di vita di Socrate, i suoi dialoghi più importanti, così come ci sono stati tramandati dall’allievo più illustre: Platone.

IL GIUDIZIO
Socrate è l’ultimo film storico di Roberto Rossellini pensato per la televisione. Il regista iniziò questo filone nel 1965 con la Storia del ferro, per arrivare poi, cinque anni più tardi, a Socrate (1970). Il film ha uno stile da documentario ma la maestria del regista di “Roma città aperta” c’è e si vede. Quattordici i capitoli: Atene è sconfitta, L’ottimismo dei vinti, Socrate e i suoi discepoli, La premonizione di Santippe, La virtu dei potenti, Krizia il tiranno, Torna la democrazia, La saggezza di Socrate, Mileto l’accusatore, La difesa di Lisa, Il processo, La condanna, L’addio di Socrate, La cicuta. Un film da vedere da diletto, ma anche da “studiare”, perché Rossellini per produrlo si è avvalso della collaborazione di storici e filosofi di fama internazionale. Continua a leggere