Voce TOLLERANZA del Dizionario filosofico di Voltaire

inv. 1983.7.33

Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura. Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il ghebro, il baniano, l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme; nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione. Perché, allora, ci siamo scannati a vicenda quasi senza interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi? Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle. Prima di lui si era combattuto contro i cristiani solo perché cominciavano a costituire un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quelli degli ebrei e degli egiziani, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma li tollerava? Perché né gli egiziani, né gli stessi giudei, cercavano di distruggere l’antica religione dell’Impero; non correvano per le terre e per i mari a far proseliti: pensavano solo a far quattrini. Mentre è incontestabile che i cristiani volevano che la loro fosse la religione dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove stesse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano ch’essa stesse in Campidoglio. San Tommaso ha il coraggio di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non ci riuscirono. Convinti che tutta la terra dovesse essere cristiana, erano, dunque, necessariamente nemici di tutta la terra, finché questa non fosse convertita. Erano inoltre nemici gli uni degli altri su tutti i punti controversi della loro religione. Bisogna, anzitutto, considerare Gesù Cristo come Dio? Coloro che lo negano vengono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, i quali a loro volta anatemizzano gli adoratori di Gesù. Alcuni vogliono che tutti i beni siano in comune, come si sostiene che lo fossero al tempo degli apostoli? I loro avversari li chiamano «nicolaiti», e li accusano dei più infami delitti. Altri tendono a una devozione mistica? Vengono chiamati «gnostici» e ci si scaglia contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? Lo si tratta da idolatra. Tertulliano, Prassea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato, sono tutti perseguitati dai loro fratelli, prima di Costantino; e appena questi ha fatto trionfare la religione cristiana, gli atanasiani e gli stessi eusebiani si massacrano a vicenda; e, da allora sino ad oggi, la Chiesa cristiana s’è inondata di sangue. Il popolo ebreo era, lo ammetto, un popolo assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese, sul quale non aveva più diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra. Tuttavia, quando Naaman guarì dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli aveva insegnato quel segreto, gli disse che avrebbe adorato per riconoscenza il Dio degli ebrei, riservandosi però la libertà di adorare anche il Dio del suo re e ne chiese il permesso a Eliseo, il profeta non esitò a concederglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non si meravigliavano del fatto che ogni popolo adorasse il proprio. Trovavano giusto che Chemosh avesse concesso un certo distretto ai moabiti, purché Dio ne concedesse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio, come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza presso il popolo più intollerante e crudele dell’antichità: noi lo abbiamo imitato nei suoi assurdi furori, e non nella sua indulgenza. È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro. Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche; li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi. E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti; e ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare; poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo; e questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno. Insensati, che non avete mai saputo adorare con purezza di cuore il Dio che vi creò! Sciagurati, che non avete imparato niente dall’esempio dei noachidi, dei cinesi, dei parsi e di tutti i saggi. Mostri, che avete bisogno di superstizioni, come il becco dei corvi ha bisogno di carogne! Vi è già stato detto, e non c’è altro da dirvi: se nella vostra patria ci sono due religioni, gli uomini si scanneranno a vicenda; se ce ne sono trenta, vivranno in pace. Guardate il Gran Turco: egli governa dei ghebri, dei baniani, dei cristiani greci, dei nestoriani e dei romani. Il primo che tenta di provocare un tumulto viene impalato, e tutti vivono tranquilli.

II

Di tutte le religioni, la cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare maggiore tolleranza, sebbene, sino ad oggi, i cristiani si sian mostrati i più intolleranti degli uomini. Gesù, che si degnò di nascere nella povertà e nell’umiltà, come i suoi fratelli, non si degnò mai di praticare l’arte dello scrivere. Gli ebrei avevano una legge scritta fin nei minimi dettagli, e noi non possediamo una sola riga di mano di Gesù. Gli apostoli si divisero su parecchi punti: san Pietro e san Barnaba mangiavano carni proibite con i neocristiani stranieri e se ne astenevano con i cristiani ebrei; san Paolo rimproverò loro tale condotta; questo stesso Paolo, fariseo (discepolo del fariseo Gamaliele che aveva perseguitato con furore i cristiani), rompendo poi con 139 Gamaliele, si fece a sua volta cristiano, e, più tardi, al tempo del suo apostolato, si recò a sacrificare nel tempio di Gerusalemme. Osservò pubblicamente per otto giorni tutte le cerimonie della legge giudaica, cui aveva rinunziato; vi aggiunse, anzi, devozioni e purificazioni: insomma «giudaizzò» in tutto e per tutto. Il più grande apostolo cristiano compì per otto giorni le stesse cose per cui oggi gran parte dei popoli cristiani condannano gli uomini al rogo. Teuda, Giuda si eran detti «Messia», prima della venuta di Gesù. Dositeo, Simone, Menandro si dissero tali dopo Gesù. Sin dal primo secolo della Chiesa, prima ancora che fosse conosciuto il nome di «cristiano», c’erano già una ventina di sette in Giudea. Gli gnostici contemplativi, i dositeani, i cerinzi esistevano già prima che i discepoli di Gesù avessero preso il nome di «cristiani». Ci furono ben presto trenta Vangeli, ognuno dei quali apparteneva a una diversa comunità; e sin dalla fine del I secolo si possono contare trenta sette di cristiani in Asia Minore, in Siria, in Alessandria ed anche in Roma. Tutte queste sette, disprezzate dal governo romano e nascoste nell’oscurità, si perseguitavano tuttavia le une contro le altre nei sotteranei in cui strisciavano, scagliandosi ingiurie; era tutto quello che potevano fare, nella loro abiezione: erano quasi tutte composte dalla feccia del popolo. Quando, infine, alcuni cristiani ebbero accolto i dogmi di Platone e mescolato un po’ di filosofia alla loro religione, che separarono da quella ebraica, diventarono a poco a poco più rispettabili, ma sempre divisi in tante sette, senza che arrivasse mai un solo momento in cui la Chiesa cristiana fosse unita. Essa ebbe origine in mezzo alle divisioni degli ebrei, dei samaritani, dei farisei, dei sadducei, degli esseni, dei giudaiti, dei discepoli di Giovanni, dei terapeuti. Fu divisa fin dalla culla, lo fu perfino durante le persecuzioni che ebbe a patire talvolta sotto i primi imperatori. Spesso il martire era considerato un apostata dai suoi confratelli, e il cristiano carpocraziano moriva sotto la scure del boia romano, scomunicato dal cristiano ebionita, il quale era a sua volta anatemizzato dal sabelliano. Questa orribile discordia, che dura da tanti secoli, è una grande lezione che dovrebbe spingere a perdonarci l’un l’altro i nostri errori: la discordia è la piaga mortale del genere umano, e la tolleranza ne è il solo rimedio. Non c’è nessuno che non convenga su questa verità, sia che mediti a sangue freddo nel suo studio, sia che esamini pacatamente la questione con i suoi amici. Perché allora quegli stessi uomini che, in privato, ammettono l’indulgenza, la benevolenza, la giustizia, insorgono in pubblico con tanto furore contro queste virtù? Perché? Perché l’interesse è il loro dio e così sacrificano tutto a questo mostro che adorano. «Io posseggo una dignità e una potenza, attribuitemi dall’ignoranza e dalla credulità: cammino sulle teste degli uomini prosternati ai miei piedi: se essi si sollevano da terra e mi guardano in faccia, sono perduto; bisogna dunque che li tenga giù con catene di ferro.» Così han ragionato uomini resi potentissimi da secoli di fanatismo. Essi hanno sotto di loro altri potenti, e costoro ne hanno altri ancora, e tutti si arricchiscono con le spoglie del povero, si ingrassano col suo sangue, e ridono della sua imbecillità. Essi detestano tutti la tolleranza, come i faziosi arricchitisi a spese della collettività hanno paura di rendere i conti e, come i tiranni, temono la parola «libertà». E per colmo, assoldano dei fanatici che urlano: «Rispettate le assurdità del mio padrone, tremate pagate e tacete!» Fu così che ci si comportò per lungo tempo in gran parte del mondo. Ma oggi, che tante sette si bilanciano con i loro poteri, quale partito prendere nei loro confronti? Ogni setta, come si sa, è sinonimo di errore: non ci sono sette di geometri, di algebrici, di matematici, perché tutte le proposizioni della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica sono vere. In tutte le altre scienze si può sbagliare. Ma quale teologo tomista o scotista oserebbe affermare seriamente di essere sicuro del fatto suo? Se c’è una setta che ricordi i tempi dei primi cristiani, essa è senza dubbio quella dei quaccheri. Nessun’altra somiglia di più alla comunità degli apostoli. Gli apostoli ricevevano lo Spirito, e i quaccheri anche. Gli apostoli e i loro discepoli parlavano a tre o quattro per volta nelle loro assemblee, che si tenevano al terzo piano, e i quaccheri fanno lo stesso a pianterreno. Alle donne era permesso, secondo san Paolo, di predicare, e, sempre secondo lo stesso santo, era loro proibito; le quacchere predicano in virtù della prima concessione. Gli apostoli e i loro discepoli giuravano con un «sì» o con un «no»; e i quaccheri giurano allo stesso modo. Nessun segno di distinzione addosso, nessun modo di vestire diverso fra i discepoli e gli apostoli; e i quaccheri hanno maniche senza bottoni e son tutti vestiti alla stessa maniera. Gesù Cristo non battezzò nessuno dei suoi apostoli; i quaccheri non sono battezzati. Sarebbe facile spingere più lontano questo parallelo; e ancora più facile mostrare quanto la religione cristiana dei nostri giorni differisca dalla religione che Gesù praticò. Gesù era ebreo, e noi non siamo ebrei; Gesù si asteneva dalla carne di maiale, animale immondo, e dalla carne di coniglio, perché esso rumina e non ha l’unghia fessa; noi mangiamo sfacciatamente il maiale perché per noi non è immondo, e mangiamo il coniglio, che ha l’unghia fessa e non rumina. Gesù era circonciso, e noi conserviamo intatto il nostro prepuzio. Gesù mangiava l’agnello pasquale con la lattuga, celebrava la festa dei tabernacoli, e noi non lo facciamo. Osservava il sabato, e noi lo abbiamo cambiato; sacrificava, e noi non sacrifichiamo più. Gesù nascose sempre il mistero della sua incarnazione e della sua dignità: non disse mai di essere uguale a Dio, e san Paolo dice apertamente nella sua Epistola agli Ebrei che Dio creò Gesù inferiore agli angeli; ma, nonostante tutte le affermazioni di san Paolo, Gesù fu riconosciuto Dio al concilio di Nicea. Gesù non regalò al papa né la marca di Ancona, né il ducato di Spoleto; e tuttavia il papa li possiede per diritto divino.  Gesù non fece un sacramento né del matrimonio né del diaconato; eppure, per noi, il diaconato e il matrimonio sono sacramenti. Se l’esaminiamo a fondo, la religione cattolica, apostolica e romana è, in tutte le sue cerimonie e in tutti i suoi dogmi, l’opposto di quella di Gesù. E con questo? Dovremmo forse tutti giudaizzare, perché Gesù giudaizzò per tutta la vita? Se, in fatto di religione, fosse permesso di ragionare in modo coerente, è chiaro che dovremmo farci tutti ebrei, perché Gesù Cristo, nostro salvatore, nacque ebreo, visse ebreo, morì ebreo e disse chiaramente di essere venuto per compiere e adempiere la religione ebraica. Ma è più chiaro ancora che noi dobbiamo tollerarci a vicenda, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore. Un giunco piegato dal vento nel fango dirà forse al giunco vicino, piegato in senso contrario: «Striscia come me, miserabile, o presenterò un’istanza perché ti si strappi dalla terra e ti si bruci»?

edizione integrale del Dizionario filosofico

 

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Voltaire: Preghiera a Dio dal “Trattato sulla Tolleranza”

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.

IMV

Voltaire ritratto da Nicolas de Largillière, 1725

Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,
tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

dal Trattato sulla tolleranza ( qui puoi scaricare l’edizione integrale)

Montaigne: I Cannibali

Essays_(Montaigne)(passi scelti dal saggio omonimo – Saggi, Libro I, capitolo XXXI)

Quando il re Pirro venne in Italia, dopo aver osservato lo schieramento dell’esercito che i Romani gli mandavano contro, disse: «Non so che barbari siano questi – poiché i Greci chiamavano così tutti i popoli stranieri – ma la disposizione di questo esercito che vedo non è affatto barbarica». Lo stesso dissero i Greci di quell’armata che Flaminio fece passare nel loro paese, e così pure Filippo, osservando da un’altura, nel suo regno, l’ordine e la disposizione del campo romano, ai comandi di Publio Sulpicio Galba. Ecco come bisogna guardarsi dall’aderire alle opinioni volgari, e come bisogna giudicarle per via della ragione, non secondo il senso comune.
Presso di me ho avuto a lungo un uomo che aveva vissuto dieci o dodici anni in quell’altro mondo che è stato scoperto nel nostro secolo, nel luogo in cui Villegaignon era sbarcato e che aveva chiamato Francia Antartica. Questa scoperta di un continente infinito sembra degna di grande considerazione. Non so se mi si possa garantire che non si farà in futuro qualche altra scoperta, perché personaggi più importanti di noi sono già caduti in errore riguardo a questa. Temo che noi abbiamo gli occhi più grandi del ventre, e più curiosità che capacità: abbracciamo tutto, ma non stringiamo nient’altro che il vento. […]
 Ora, per ritornare discorso, io ritengo che non ci sia niente di barbaro e selvaggio in questa nazione, per quanto mi è stato riferito, se non che si chiama “barbarie” ciò che non è nei nostri costumi; sembra infatti che non abbiamo altro criterio di verità e di ragione che non sia l’esempio e l’idea delle opinioni e delle abitudini del paese in cui siamo. Là è sempre la religione perfetta, il governo perfetto, l’uso perfetto e compiuto d’ogni cosa. Essi sono selvaggi, al modo stesso in cui noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo sviluppo naturale; laddove, in verità, dovremmo piuttosto chiamare selvatici quelli che noi abbiamo col nostro artificio alterati e distorti dall’ordine naturale. In quelli sono vive e vigorose quelle virtù e proprietà che sono le vere, più utili e naturali, quelle che noi abbiamo imbastardito in questi, adattati al piacere del nostro gusto corrotto. E nondimeno il sapore medesimo e la delicatezza di diversi frutti di quelle regioni, che non sono stati coltivati, sembrano eccellenti, rispetto ai nostri. Non c’è ragione che l’arte (= “ciò che è prodotto dal lavoro, dall’ingegno, ciò che è artificiale”) guadagni il punto d’onore sulla nostra grande e potente madre natura. Abbiamo tanto sovraccaricato la bellezza e la ricchezza delle sue opere con le nostre invenzioni, che l’abbiamo soffocata del tutto. […]
Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma con tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c’erano uomini che avrebbero saputo giudicarne meglio di noi. […] Essi non
poterono immaginare una ingenuità tanto pura e semplice quale noi vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani (= “leggi, tribunali”) […]
Per il resto vivono in un paese molto piacevole e dal clima temperato, sicché, a quel che mi dicono i miei testimoni, è raro vedere un uomo malato; e mi hanno assicurato di non avere là visto alcuno tremolante, cisposo, sdentato o curvo per la vecchiaia. Si sono insediati lungo il mare, protetti dal lato della terra da alte e grandi montagne, e tra il mare e le montagne occupano una piana larga circa cento leghe. Hanno grande abbondanza di pesci e di carni che non assomigliano alle nostre, e le mangiano senz’altro artificio che non sia la cottura. Il primo che portò là un cavallo, sebbene fosse stato a contatto con loro in parecchi viaggi, fece loro tanto orrore in questo assetto che lo uccisero a colpi di frecce prima di poterlo riconoscere. Le loro costruzioni sono molto lunghe, e capaci di contenere due o trecento persone, coperte con la scorza di grandi alberi, toccano terra da un lato e si sostengono appoggiandosi l’una sull’altra sulla sommità, alla maniera di alcuni dei nostri granai, con la copertura che arriva a terra e serve da fiancata. Hanno del legno così duro che lo tagliano e ne fanno spade e graticole per cuocere la carne. I loro letti sono d’un tessuto di cotone, sospesi al tetto come quelli delle nostre navi, uno per ognuno, perché le donne dormono separate dai mariti. Si svegliano col sole e mangiano subito dopo essersi alzati, una volta per tutta la giornata: poiché non fanno altro pasto che questo. […]
Egli [l’anziano che dà l’esempio ed tramanda la sua esperienza] raccomanda loro due sole cose: il valore contro i nemici e l’amore per le loro mogli. […]
Fanno guerra ai popoli che vivono aldilà delle montagne, all’interno, e combattono completamente nudi, non avendo altre armi oltre agli archi e alle spade di legno, appuntite da un lato, come le punte dei nostri spiedi.
La tenacia dei loro combattimenti è straordinaria, poiché non finiscono mai se non per morte o spargimento di sangue, poiché non sanno cosa siano fughe e paura. Ognuno riporta la testa del nemico ucciso come trofeo e l’appende all’entrata della sua capanna. Dopo che essi hanno a lungo trattato bene i loro prigionieri, con tutte le comodità che si possono immaginare, quello che è il capo fa una grande assemblea di vicinato. Attacca una corda a uno dei bracci del prigioniero, dal lato da cui lo tiene, si allontana di qualche passo per paura di essere ferito, e dà l’altro braccio al più caro dei suoi amici, perché lo tenga allo stesso modo. E quei due, dinanzi a tutta l’assemblea, l’uccidono a colpi di spada. Fatto questo lo arrostiscono e lo mangiano insieme, e ne mandano dei pezzi ai loro amici assenti. Non lo fanno come si pensa per nutrirsi, come facevano anticamente gli Sciiti, ma per esprimere una vendetta estrema. E che sia così lo prova il fatto che avendo visto i Portoghesi, alleati ai loro avversari, usare contro di loro quando li catturavano un altro tipo di esecuzione, cioè interrarli sino alla cintola e lanciare contro il resto del corpo molti colpi di freccia e dopo impiccarli; pensarono allora che questi popoli di quest’altro mondo (in quanto gente che aveva diffuso la conoscenza di molti vizi tra i loro vicini e che erano maestri più grandi di loro in ogni tipo di malizia) non prendeva senza ragione questo tipo di vendetta e che dovesse essere più spiacevole della loro, per cui cominciarono ad abbandonare la loro antica consuetudine per seguire questa qui. Non m’importa rilevare l’orrore barbarico di una tale azione ma piuttosto questo, che pur giudicando bene le loro colpe, siamo così ciechi riguardo alle nostre. Penso che c’è più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto; nel lacerare con tormenti e supplizi un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare da cani e da porci piuttosto che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto (come noi abbiamo letto e visto anche di recente, non tra antichi nemici, ma tra vicini e concittadini e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa).
Il merito e il pregio di un uomo consistono nel cuore e nella volontà; è qui che risiede il suo vero onore; il valore sta nella saldezza non delle gambe e delle braccia, ma del coraggio e dell’animo; non consiste nella validità del nostro cavallo, né in quella delle nostre armi, ma nella nostra. Colui che cade tenace nel suo coraggio, “se è caduto combatte in ginocchio”, e che davanti al pericolo di una morte vicina, non perde nulla della propria fermezza; che, rendendo l’anima guarda ancora il suo nemico con sguardo fermo e  sprezzante, non è vinto da noi, ma dalla sorte; è ucciso, non vinto. I più valorosi sono a volte i più sfortunati. […]
Per tornare al nostro racconto, quei prigionieri son tanto lontani dall’arrendersi per tutto ciò che viene fatto loro che, anzi, due o tre mesi della loro cattività, mantengono un contegno (= comportamento) gaio; sollecitano i loro padroni perché si affrettino a metterli alla prova; li sfidano, li ingiuriano, rinfacciano loro la loro viltà e il numero delle battaglia perdute contro i propri compatrioti. Io posseggo una canzone composta da un prigioniero, in cui trova questo tratto saliente: che vengano pure arditamente tutti quanti e si radunino a mangiarlo; mangeranno, così, al tempo stesso, i loro padri e loro avi, che hanno servito di alimento e di nutrimento il suo corpo […] Ecco degli uomini veramente selvaggi, al nostro confronto: perché bisogna o che essi lo siano davvero completamente o che lo siamo noi; c’è infatti una distanza enorme fra il loro modo di essere e il nostro. […]
Tre di loro […] furono a Rouen [in Francia], al tempo in cui c’era il defunto re Carlo IX. Il re parlò loro a lungo; fu loro mostrato il nostro modo di vivere, la nostra magnificenza, l’aspetto d’una bella città. Dopo di che qualcuno chiese il loro parere, e volle sapere che cosa avessero trovato di più ammirevole; essi risposero tre cose, di cui non ricordo più la terza, e me ne rammarico; ne ricordo però ancora due. Dissero che prima di tutto trovavano molto strano che tanti grandi uomini, con la barba, forti e armati, che stavano intorno al re (è probabile che parlassero degli Svizzeri della sua guardia), si assoggettassero a obbedire a un fanciullo, e che invece non si scegliessero piuttosto qualcuno di loro per comandare; in secondo luogo (essi hanno una maniera di parlare secondo la quale chiamano gli uomini la metà degli altri) che si erano accorti che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case.
Parlai assai a lungo con uno di loro; ma avevo un interprete che mi seguiva tanto male e che si trovava così ostacolato dalla sua ignoranza a capire le mie idee, che non potei trarne alcun piacere. Quando gli domandai che vantaggio traesse dalla superiorità di cui godeva fra i suoi (perché era un capo, e i nostri marinai lo chiamavano re) egli mi disse che era di marciare per primo in guerra; da quanti uomini era seguito, e mi mostrò un tratto di terreno, per significare che erano tanti quanti potevano stare in quello spazio, e potevano essere quattro o cinquemila uomini; se, fuori della guerra, tutta la sua autorità era finita, ed egli mi rispose che gli rimaneva questa, che quando visitava i villaggi che dipendevano da lui, gli si preparavano sentieri attraverso i cespugli dei boschi, per i quali potesse passare comodamente.
Tutto ciò non va poi tanto male; purtroppo, non portano calzoni!

Saggi di Montaigne (versione integrale)

Erasmo da Rotterdam: Le Sacre Scritture e gli eretici

Erasmo

L’artista tedesco Hans Holbein (1497 circa-1543) è uno dei grandi maestri della ritrattistica del Rinascimento. Formatosi ad Augusta nelle botteghe ancora tradizionali del padre Hans il Vecchio e di Hans Burgkmair, si trasferisce nel 1515 a Basilea, dove diviene un esponente del nuovo potere protestante. Soggiorna a lungo nell’Inghilterra di Tommaso Moro e di Enrico VIII. Il pittore tedesco si confronta in autonoma creatività con i modelli italiani, soprattutto Leonardo, Raffaello e Giorgione. Holbein lavora spesso come illustratore di libri. Tra l’altro, realizza una serie di illustrazioni a inchiostro per l’Elogio della follia dell’olandese Erasmo da Rotterdam.

Strenuo difensore della tolleranza religiosa, Erasmo da Rotterdam (1466-1536) morì odiato da cattolici e protestanti: Lutero gli rimproverava l’uso della satira in materia religiosa (“ride e scherza su tutto, sulla religione e su Cristo”) e il suo troppo amore per la ragione, “concubina del diavolo”, mentre gli inquisitori romani considerarono i suoi scritti “offensivi per il pio lettore amante della verità cattolica” e pieni di “false interpretazioni”.
Il breve passo che riportiamo dall’Elogio della pazzia mostra bene gli aspetti del pensiero di Erasmo che sarebbero diventati odiosi agli intransigenti di ogni confessione, via via che l’eliminazione fisica dell’avversario costituì il principale argomento per risolvere le controversie religiose.

I nostri “figli di teologi” ormai strappano di qua e di là quattro o cinque parolette, alterandole pure, se c’è bisogno, e aggiustandole come fa più comodo, sebbene ciò che precede e ciò che segue non abbia nulla a che vedere con l’argomento, o magari faccia a pugni. E fanno ciò con una spudoratezza beata, sicché spesso li invidiano perfino i giureconsulti. […] Io stessa [la pazzia] poco fa intervenni a una disputa teologica [allude al concilio provinciale contro l’eresia, tenuto a Londra nel 1512]; lo faccio spesso. Ivi, avendo qualcuno richiesto qual fosse la testimonianza della Sacra Scrittura, che impone di vincere gli eretici col fuoco anziché convincerli discutendo, un rigido vecchio, teologo, a giudicarne dal cipiglio, rispose con grande sdegno che questa legge l’introdusse l’apostolo Paolo, allorché disse: “Evita l’eretico dopo una e poi un’altra ammonizione”. E ripetendo con voce tonante sempre le stesse parole e facendo parecchi le più alte meraviglie, cosa mai gli fosse capitato, si degnò alfine di spiegare: “Evita, e vita, in latino, è “togli di vita” l’eretico”. Risero a ciò alcuni, ma non mancarono quelli cui un tal commento sembrava perfettamente teologico. Del resto, alla protesta continuata di non pochi si levò un difensore a far da scure di Tenedo, un’autorità indiscutibile. Disse costui: “State a sentire. È scritto: “Non permettere che viva l’uomo malefico”. Atqui ogni eretico è malefico, ergo […]”. Restarono colpiti quanti erano li presenti, dall’ingegno di quell’uomo, e passarono dalla sua parte, essi con tutti i loro stivali.

(Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, a c. di T. Fiore, A. Mondadori, 1964, pp. 177-178)